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28.04.22 - 05:15
Aggiornamento: 09:38

Padri e figli (tra vita ed emigrazione)

Una specie di viaggio alla Benjamin Button, un gioco di ruoli. Mentre Il cuore si stringe sotto il peso di una scelta di vita: quella dell’immigrato

Respira. Si sposta nel letto. Vive. La notte avanza e diventa quasi impossibile riuscire ad addormentarmi: sto attento a ogni suo movimento. Quando invece tutto è fermo, mi invade la paura: sarà successo qualcosa? Che poi nel letto non ci sia un bebè di qualche mese ma un anziano ottantenne, non cambia nulla. Mi chiedo quante notti sarà rimasto lui sveglio a curare me. Quante notti, poi, ho passato in bianco a badare a ognuno dei miei figli?

Penso al momento dei pasti. Quando arriva il vassoio con la cena e lui, sentendo il rumore, apre gli occhi. Mi chiede di alzargli un po’ lo schienale. Si prepara. Taglio il pollo in piccoli pezzi. Alterno: una forchettata di carne, una di verdura. Pare godersi ogni boccone. Ancora di più il dolce. Ogni tanto mi chiede di sorseggiare un po’ d’acqua con la cannuccia. Mi avvicino. Le sue labbra sono secche. Sulle sue guance spunta una barba bianchissima che non gli vedevo da anni. Ho voglia di piangere.

Padri che curano i figli, figli che curano i padri. Padri che diventano figli dei propri figli. Una specie di viaggio alla Benjamin Button, un gioco di ruoli. "Non voglio diventare un peso per voi, mi dispiace che dobbiate fare tutte queste cose per me", sussurra. La risposta è piuttosto scontata: facciamo per i nostri genitori ciò che loro hanno fatto per noi durante gran parte della loro vita.

Forse anche per questo la situazione è così disarmante: quella figura che ha sempre rappresentato – per me e per i miei fratelli – l’ancora, la sicurezza, la stabilità, ora è così fragile. Così bisognosa della nostra presenza al suo fianco… Ed è proprio qui che il mio cuore si stringe sotto il peso di una scelta di vita, quella dell’immigrato. Radicarsi in un altro paese, lontano dalle proprie radici, vuol dire anche questo: non poter accompagnare i propri genitori nel momento di maggior bisogno. Mai come ora la distanza geografica è stata così marcata, così sofferta.

So che un aereo mi attende da qui a qualche giorno. Il "mio" Ticino mi aspetta: lavoro, compagna, figli. Ma pensare di dover salutare mio padre e partire mi distrugge. Perché non sarà un saluto qualsiasi. Ne sono cosciente io, lo è pure lui. Siamo tutt’e due consapevoli che il nostro tempo insieme si sta esaurendo. Anche se nelle nostre chiacchierate facciamo piani per un prossimo ritrovo: le vacanze estive, tutta la famiglia sull’aereo, gli abbracci che ci daremo, i momenti che vorremmo ancora condividere.

L’estate è lontana. La malattia avanza, quella fottuta malattia ora vuole lui. Siamo d’accordo: non è la stessa cosa che il cancro ti porti via la mamma 50enne in piena adolescenza, che perdere il papà ottantenne, da adulto. Ma fa male lo stesso.

"Sono nato agli albori della seconda guerra mondiale, me ne sto andando agli inizi della terza", ripete mio padre dal suo letto di ospedale a chi voglia sentirlo. Pure Lavrov mette il suo zampino e sembra volergli dare ragione.

Iniziano a spuntare i primi raggi di sole in questa caotica e affascinante città. L’infermiera entra, energica, per i soliti controlli del mattino. Accende tutte le luci della stanza, dei neon bianchi e accecanti. Le chiedo per favore di spegnerli. Apro le tende. La stanza si illumina con la luce del giorno. La notte è finita.

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