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26.04.22 - 05:30
Aggiornamento: 16:29

Gli effetti delle sanzioni alla Russia

Senza un embargo su petrolio e gas, Mosca non risente, per ora, della stretta occidentale

Sono lontani anni luce ormai i tempi in cui la Russia era inserita a pieno titolo tra le economie emergenti insieme a Brasile, India, Cina e Sudafrica, tanto da far coniare l’acronimo Brics. Una sigla che indicava – per estensione territoriale, popolazione e disponibilità di risorse naturali – il mercato più grande e dinamico al mondo con prospettive di crescita e sviluppo duraturi. Quelle promesse di benessere economico sono naufragate ben prima dell’invasione dell’Ucraina: la crisi finanziaria del 2008, le prime sanzioni occidentali dopo l’annessione della Crimea e la pandemia hanno rallentato non poco la crescita del Pil russo che ora, usando il criterio dei prezzi di mercato, si colloca soltanto all’undicesimo posto tra i Paesi del mondo: a fine 2020 era pari a 1’483 miliardi di dollari. Non si tratta di certo di un’economia da superpotenza. A titolo di paragone il volume di beni e servizi prodotto nello stesso periodo dalla Svizzera (con solo il 6% della popolazione russa) è stato di 748 miliardi di dollari. La Cina, alleato neanche tanto nascosto di Mosca, produce beni e servizi per 14’720 miliardi di dollari l’anno, la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti.

Ora, con le sanzioni varate dalla gran parte della comunità internazionale, gli esperti del Fmi valutano che il Pil russo per il 2022 dovrebbe subire una pesante contrazione, tra il 7 e il 9%, mentre il tasso d’inflazione potrebbe arrivare al 17%. Ne soffriranno i redditi più modesti che in Russia, come altrove, sono la maggioranza. Anzi, in Russia più che altrove, le differenze sociali sono ancora più profonde.

Putin negli scorsi giorni ha minimizzato gli effetti delle sanzioni affermando che "la Russia ha resistito all’assalto economico" sferrato dall’Occidente. E per dimostrare che le misure non stavano funzionando ha fatto l’esempio del rublo che non si è indebolito come temuto, ma anzi si è rafforzato nei confronti del dollaro. Un effetto dovuto in realtà alle contromisure varate dalla banca centrale russa diretta dalla ‘colomba’ – secondo gli occidentali – Elvira Nabiullina che ha stretto di fatto un cordone sanitario attorno all’economia del suo Paese imponendo forti restrizioni valutarie.

Al di là delle contingenze, sul piano strutturale l’economia russa non ha brillato avendo scarse capacità industriali e di innovazione tecnologica. Le ambizioni in questo campo sono scomparse con la dissoluzione dell’Unione sovietica all’inizio degli anni 90 e permangono solamente in campo militare, come dimostra l’aggressione all’Ucraina.

La debole specializzazione produttiva del Paese è indicata abbastanza fedelmente dai prodotti che scambia con il resto del mondo. Nel quadro di una bilancia commerciale largamente positiva (nel 2021 un surplus di 190 miliardi di dollari, il più elevato da sempre), la Russia esporta materie prime e prodotti energetici che da soli, comprendendo anche il carbone, rappresentano circa il 60% del totale dell’export. Deve invece importare gran parte dei beni ad alto contenuto tecnologico.

Fino a oggi le sanzioni hanno solo sfiorato il vero tallone di Achille dell’economia russa, senza però colpirlo. Questa settimana l’Unione europea – Berlino permettendo – dovrebbe varare misure più incisive su petrolio e gas. Una mossa che potrebbe essere, forse, fatale per Mosca. Nel contempo spingerebbe verso la recessione le economie europee più dipendenti dal gas russo come Italia e Germania, ma non solo. Una sorta di cortocircuito per chi di fatto finanzia l’economia di guerra di Putin e contemporaneamente auspica la sua sconfitta.

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