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14.04.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:38

Finanze pubbliche, il vero pericolo si chiama stagflazione

A guardare bene i conti del Cantone risulta difficile identificare la famigerata spesa ‘fuori controllo’. Chi sono le vittime dell’inflazione? I salariati

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Ti-Press
Il parlamento ha approvato di misura il ‘Decreto Morisoli’, sul quale si andrà a votare il prossimo 15 maggio

Stagflazione. Il grande rischio per l’economia ha un nome ben preciso. L’attuale congiuntura, condizionata dalla guerra in Ucraina, deve fare i conti con il pericolo di ritrovarsi confrontata con questo doppio fenomeno: recessione più inflazione. Le spinte inflazionistiche hanno già cominciato a farsi sentire, soprattutto negli Stati Uniti, in parte in Europa e in modo più moderato anche in Svizzera. Per quanto riguarda il volume di attività, finora le previsioni sono state sì ridimensionate, ma nessuno al momento prevede una contrazione del Pil globale. Chiaro, la possibilità esiste. In particolare qualora il conflitto a Est dovesse perdurare a lungo, con il conseguente impatto sui prezzi dell’energia e delle materie prime.

È in questo contesto che s’inserisce la presentazione del consuntivo 2021 del Cantone Ticino, il quale registra un disavanzo pari a 58,2 milioni di franchi. Cifre rosse, per carità. Ma di un rosso molto meno intenso rispetto alla previsione di un deficit, ipotizzato a preventivo, di oltre 230 milioni. Stando al Dfe, il cospicuo miglioramento è dovuto in primis al quasi raddoppio della quota dell’utile della Banca Nazionale (164,4 milioni), nonché a un netto incremento del gettito fiscale (più 77,5 milioni) riconducibile alla favorevole evoluzione economica, molto più positiva del previsto.

Nel Messaggio governativo si ribadisce tuttavia che la situazione resta "fragile". Il Consiglio di Stato d’altronde insiste sul fatto che entro il 2025 andrebbe raggiunto l’equilibrio finanziario. Lo stesso anno in cui, tra l’altro, entrerà in vigore l’ulteriore riduzione dell’aliquota dell’imposta sull’utile delle persone giuridiche, approvata dal Gran Consiglio pochi mesi prima dell’arrivo della pandemia. Parlamento che, ricordiamolo, ha anche approvato di misura l’anno scorso il cosiddetto ‘Decreto Morisoli’, il quale impone il pareggio nei conti pubblici per la fine del 2025 agendo "prioritariamente" sulla spesa (ultima parola al popolo il prossimo 15 maggio).

A guardare bene i conti presentati ieri dal Consiglio di Stato, però, risulta difficile identificare la famigerata spesa "fuori controllo". Le maggiori uscite per circa 160 milioni riguardano in gran parte i costi dei programmi di sostegno ai settori maggiormente colpiti dalla pandemia. Anche lo spauracchio dell’aumento del debito pubblico ha poco fondamento: 2,2 miliardi di franchi di debito non rappresentano neanche il 10% del Pil cantonale.

D’altro canto l’inflazione derivata dalla guerra potrebbe, paradossalmente, non implicare di per sé un grosso rischio per le finanze cantonali, anzi. Gli economisti di solito non lo dicono, ma lo sanno: qualche punto percentuale d’inflazione annua gonfia il gettito fiscale e allo stesso tempo determina una diminuzione del peso relativo del debito pubblico.

Chi sono, dunque, le vere vittime dell’inflazione? I salariati ("I prezzi salgono con l’ascensore, i salari dalle scale", soleva dire il controverso Generale Perón). In effetti, stando così le cose, sarebbero le fasce più vulnerabili a subire due volte: la prima, a causa della perdita di potere d’acquisto; la seconda perché lo Stato, autoimponendosi il pareggio di bilancio entro il 2025, si priverebbe degli strumenti per poter intervenire a sostegno della domanda aggregata (quindi della popolazione e dell’economia tutta). Unica via, tra l’altro, per scongiurare il pericolo più grande: la stagflazione.

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