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Così iniziò il ‘trentennio dell’illusione’
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30.03.22 - 05:30
Aggiornamento: 18:00

Il sogno interrotto del ‘momento unipolare’

Una matrice storica comune tradisce ora Putin e in precedenza gli Stati Uniti. Un viaggio nel tempo? No, un bruttissimo risveglio

"Ovviamente il continuum temporale è stato interrotto, creando questa nuova sequenza di eventi risultante in questa realtà alternativa". La risposta di McFly è la domanda di tutti: "Che lingua è, Doc?". Marty e l’eccentrico scienziato Emmett Brown si ritrovano in un presente che non riconoscono: una realtà inquietante in cui nulla sembra essere al suo posto. Cosa è successo? Brown ce lo spiega con lavagna e gessi: in un’immaginaria linea del tempo, da qualche parte, prima del punto che raffigura il presente, uno specifico avvenimento ha determinato una deviazione dalla retta originale, aprendo una tangente che sfocia in una realtà distorta. La data chiave nella trilogia di ‘Ritorno al futuro’ è il 12 novembre 1955. Per quanto ci concerne invece, il giorno esatto è il 24 febbraio 2022.

L’invasione russa dell’Ucraina ci ha catapultati in un presente nefasto fatto di bombardamenti, morti, civili in fuga, minacce nucleari e il rischio concreto di una Terza Guerra Mondiale. Anche se fatichiamo ad accettarlo, il tutto è reale. Talmente reale che viene pure da chiedersi se la parentesi di trent’anni conclusasi il mese scorso sia davvero esistita. Un trentennio, scrive su Repubblica l’ex direttore Ezio Mauro, "a cui non abbiamo dato nemmeno un nome, perché lo abbiamo vissuto nella convinzione che non fosse un’epoca a sé stante ma coincidesse con il destino del secolo finalmente risolto". La guerra scatenata da Putin, chiosa Mauro, "ha messo fine ai tre decenni dell’illusione".

Per provare a comprenderlo, però, il film va guardato tutto. Una scena rilevante la si trova nemmeno troppo indietro nel tempo: Kabul, 31 agosto 2021. Cosa c’entra l’uscita degli Stati Uniti dall’Afghanistan con l’entrata delle truppe russe in suolo ucraino? Per Putin, la figuraccia rimediata dagli americani in Afghanistan sarebbe stata la prova che gli Usa sono una potenza in declino e che in quanto tale può essere colpita.

A dire il vero sembra una puntata già vista. Quando il sociologo Giovanni Arrighi, nel suo libro ‘Il lungo XX secolo’, analizza le cause che hanno portato alla crisi del petrolio degli anni Settanta, ovvero alla fine del paradigma del dopoguerra e al ritorno in auge della dottrina neoliberista, egli giunge alla conclusione che la sconfitta americana in Vietnam è stata il prerequisito necessario che ha dato il la al ‘golpe’ energetico dei Paesi dell’Opec. Arrighi parla di una crisi generale dell’egemonia statunitense. Una crisi, diremmo noi, rimasta sommersa durante il trentennio dell’illusione e riaffiorata con l’umiliante uscita degli Usa dall’Afghanistan.

Che poi sempre in Afghanistan l’ex Unione Sovietica fosse rimasta impantanata per un decennio (1979-1989) fino alla ritirata, non fa che confermare l’esistenza di un filo rosso che collega Kiev a Kabul.

"La sconfitta militare americana in Afghanistan – osserva Giuliano Battiston dalle colonne dell’Espresso – è il funerale dell’idea di unipolarismo, a lungo coltivata da Washington. I muscoli flessi da Putin in Ucraina sono una reazione tardiva a quella stessa idea". Sarebbe una matrice storica comune, insomma, quella che tradisce ora Putin e in precedenza gli Stati Uniti: il sogno del "momento unipolare" in un mondo multipolare.

Sembra un viaggio nel tempo. Invece, è un bruttissimo risveglio.

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