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24.03.22 - 10:20
Aggiornamento: 19:15

Una boccata d’aria fresca all’uscita dal tram

Ashleigh Barty, numero uno della Wta ha deciso di ritirarsi a soli 25 anni. In controtendenza con chi, invece, non riesce proprio a smettere

di Stefano Marelli
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Il ritiro dalle competizioni della tennista australiana Ashleigh Barty è una notizia che, per una volta, davvero non è sbagliato definire clamorosa. A uscire di scena è infatti la numero 1 al mondo, non un’atleta che magari orbita da anni intorno alla centesima posizione e che, per la frustrazione di non riuscire mai a operare il salto di qualità, decide di mollare tutto. E nemmeno paiono esserci di mezzo problemi di stress, depressione o incapacità di reggere sulle spalle un peso troppo gravoso, come è stato il caso di recente per altri campioni assoluti, ad esempio la sua collega Osaka o la regina della ginnastica artistica Simone Biles.

La decisione della Barty, che dice addio alla ribalta e ai milioni di dollari del grande tennis ancor prima di compiere i 26 anni, è dettata infatti da ragioni molto più semplici: la sua vita, spiega, non è fatta solo di sport, e ora ha bisogno di fare e sognare altro. È felice di ciò che il tennis le ha dato e soddisfatta di quanto lei, con una racchetta in mano, ha saputo regalare a se stessa, al suo entourage e ai suoi tifosi. Una scelta coraggiosa, considerato quel che la ragazza potrebbe perdere a livello economico e di visibilità. Ma proprio per questo ancor più ammirevole, specie in un’epoca in cui gli sportivi professionisti non vorrebbero mai farsi da parte, procrastinando in modo a volte imbarazzante il momento del ritiro, impegnati a raggranellare gli ultimi sesterzi – ed è comprensibile – oppure perché banalmente non riescono a immaginarsi al di fuori delle competizioni.

Puntando tutto sull’affermazione in campo sportivo, infatti, spesso dimenticano di costruirsi, à côté, anche una vita vera, con altri interessi e priorità. L’annuncio di Ashleigh Barty pare appartenere a un’epoca lontana, quando lo sport, anche dai professionisti, era considerato qualcosa di transitorio e divertente, una piacevole parentesi prima di dedicarsi a cose più serie. Oggi, invece, in certi casi finisce per diventare un incubo, un’ossessione, una prigione – dorata finché vuoi – ma di cui si rischia di smarrire definitivamente le chiavi. Aria fresca saltando giù dal predellino di un tram affollato, ecco la sensazione che qualcuno ha provato ieri mattina sentendo la notizia.

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