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14.03.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:38

‘Non chiamatemi pacifista, sono contro la guerra’

Si dimentica che il putinismo è l’ultimo stadio di un sovietismo ammantato di nazionalismo ultraconservatore, bigotto e imperialista, da XIX secolo

di Aldo Sofia
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Keystone
Tertium non datur

Di fronte a questa guerra, e al dilemma se garantire ai resistenti ucraini almeno un certo tipo di armi (come io credo: perché chiedono di continuare a difendersi legittimamente, e perché anche noi sentiamo ‘aggredita’ la nostra pur imperfetta convivenza democratica), oppure se negarle (per evitare tragedie anche peggiori, e puntare tutto sulla fragile speranza di una trattativa onesta), in realtà siamo tutti comodamente seduti negli stessi lontani salotti a parlare ‘sulla pelle degli altri’. Comunque, ci sono momenti in cui, di fronte all’enormità dell’aggressione e di ciò che può rappresentare per noi, una scelta mi sembra inevitabile. "Tertium non datur". Quindi, con i tormenti personali di ciascuno, anch’io scelgo.

Ascoltando i pacifisti di oggi, non sono un pacifista globale, senza ‘se’ e senza ‘ma’. Sto con Gino Strada, che diceva "non chiamatemi pacifista, sono contro la guerra"; sto con Berlinguer che, in piena guerra fredda, dichiarò di sentirsi più protetto dall’ombrello Nato che nel Patto di Varsavia; e sto anche con le guerre di liberazione sacrosante (ognuno scelga le sue), quindi da aiutare e soccorrere. Ma, pensando alle odierne contrapposizioni, c’è molto d’altro. Si dimentica che il putinismo è, in fatto di ideologia e metodi, l’ultimo stadio di un sovietismo ammantato di nazionalismo ultraconservatore, bigotto e imperialista, da XIX secolo. Si dimentica che l’Urss crollò non per iniziativa dell’Occidente ma sotto il peso insostenibile e le conseguenze socio-politiche del suo nefasto modello (T.Piketty gli attribuisce grosse responsabilità nell’aver favorito il ‘turbocapitalismo’ trionfante in questa parte di mondo, la nostra). Che, al suo collasso, era problematico organizzare con gli sconfitti un tavolo della pace, perché la nuova leadership russa rimaneva ancorata (come oggi) alla logica delle reciproche ‘zone di influenza’, col rischio dunque di una nuova Yalta. Che tutti gli ex satelliti (la parte d’Europa a lungo sequestrata dall’imperio del Cremlino), convinti di dover temere altri interventi da Est, si precipitarono nelle braccia della Nato dopo mezzo secolo di sovranità negata e di rivolte popolari soffocate (Berlino Est, Budapest, Praga e il socialismo dal volto umano). Ancora, che il nuovo zar, lo dicono anche coloro che lo ‘capiscono’, preparava dal suo arrivo al potere il progetto di ricostituire almeno in parte l’ex potenza, altro che ‘aperture liberali’. Ci si scorda che Putin si è sempre più abbeverato di teorie ideologicamente revansciste, anche "riscrivendo a modo suo e comodo suo la storia" (denuncia uno storico vero, Sergej Radchenko). Che proprio per questo non c’è stato soltanto il deprecato allargamento a Est della Nato (vero), ma anche l’allargamento a Est della Russia (non sempre evocato e non sempre riuscito): Georgia, Moldavia, Inguscezia, Tagikistan, Cecenia, fino al Donbass e alla Crimea, ora l’Ucraina (colpevole, certo, di aver negato la promessa autonomia alle comunità russofone, innescando una guerra civile; ma questo giustificherebbe l’invasione armata dell’intero paese?). Non che questo assolva i crimini degli atri imperi.

Non certo per vanto o da persona che sa perché ha visto, ma dal Medio Oriente ai Balcani ho raccontato di troppe vittime indifese, inermi, annichilite, contro cui si accaniva la brutalità di chi sapeva di possedere il perenne primato della forza. E dell’eterna impunità.

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