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Nella Confederazione vivono circa 15mila russi
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12.03.22 - 05:30
di Franco Zantonelli

Russofobia: la patetica guerricciola contro i poveretti

Sui social (e non solo) c’è chi se la prende con i normali cittadini russi che non hanno alcuna responsabilità per le bombe sganciate sull’Ucraina

Melanie Molitor, madre e mentore di Martina Hingis, nei giorni scorsi ha chiesto, tramite un sms, ai genitori dei bambini russi che frequentano la sua accademia di tennis in Vallese di tenere a casa i propri figli. La Molitor ha spiegato che si trattava di una decisione presa per l’incolumità di quei campioncini in erba. Che poi Melanie Molitor, nata e cresciuta in Cecoslovacchia quando l’Armata Rossa spadroneggiava come oggi sta facendo in Ucraina l’esercito di Putin, sia stata mossa più che altro da un sentimento ostile nei confronti dei russi è un’illazione che può avere qualche fondamento. Magari i suoi allievi sono tutti figli di oligarchi della peggior specie, tuttavia se fosse così poteva accorgersene anche prima.

Fatto sta che è dura la vita oggi in Europa, Svizzera compresa, per coloro che vengono dalla Russia. Nella Confederazione vivono circa 15mila russi, alcuni dei quali, soprattutto i giovani, hanno lasciato il loro Paese perché privi di prospettive di lavoro, oppure in quanto disgustati dal regime repressivo di Putin. E già, è sempre la stessa storia, dalle dittature c’è sovente gente che scappa e non tutti hanno il coraggio di un Navalny. Gli oligarchi, quelli che grazie a Putin hanno fatto montagne di soldi, che prima delle sanzioni spendevano e spandevano senza ritegno, serviti e riveriti negli alberghi a 5 stelle e nei ristoranti di lusso, rappresentano un’esigua minoranza di quella piccola fetta di popolo russo trasferitosi da noi, soprattutto negli ultimi anni.

Eppure, come ha rilevato un servizio del SonntagsBlick, si sono moltiplicati gli episodi in cui anche la gente perbene è stata vittima di attacchi ingiustificati. Come se i famigerati "leoni da tastiera" avessero preso improvvisamente coraggio per uscire di casa e affrontare, a viso aperto, dei loro simili, consapevoli di non correre alcun rischio. È così capitato, come ha raccontato Svetlana Chiriaeva, presidente della camera di commercio Svizzera-Russia, che su un treno un passeggero abbia sputato ai piedi di un’anziana signora che si esprimeva in lingua russa. Anziana che sicuramente si sarà stupita di quel gesto sgradevole, che mai si sarebbe aspettata di dover subire in Svizzera.

Succede pure che nelle scuole ci siano bambini russi vittime di atti di bullismo, a causa della loro origine. Bambini i cui genitori non hanno ricevuto un sms perché tenessero a casa i loro figli, come è stato il caso per gli allievi dell’accademia di tennis della mamma di Martina Hingis. Che dire, poi, di quel medico del gruppo di cliniche Hirslanden che si è rifiutato di curare un 50enne sieropositivo russo, suo paziente da molti anni.

Insomma, invece di mobilitarci seriamente per rendere inoffensivo Putin, come ha invitato gli europei a fare Bernard-Henri Lévy, pena il disonore, facciamo una patetica guerricciola a dei poveretti che non hanno alcuna responsabilità per le bombe sganciate sull’Ucraina dal presidente russo. Come se a questi non bastasse l’aver vissuto nel timore di dover avere a che fare prima con i vari Kruscev, Breznev e Andropov, e poi con i loro emuli post-Guerra Fredda: oggi devono anche subire le bordate degli accusatori seriali dei social, per i quali qualsiasi scusa è buona pur di dare sfogo all’odio covato da tempo nel proprio inconscio.

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