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23.02.22 - 05:15
Aggiornamento: 16:46

Dallo Stato cuscinetto allo Stato lenzuolo

La situazione in Ucraina pare il prolungarsi del ‘secolo breve’: è cambiato il mondo, non abbastanza chi lo governa

Dagli Stati cuscinetto agli Stati lenzuolo che si possono tirare a piacimento dalla propria parte. Peccato che l’Ucraina sia un lenzuolo davvero troppo corto e il famoso letto matrimoniale (Berlusconi dixit) che vorrebbe occupare Vladimir Putin troppo grande e ambizioso. Un incastro impossibile da cui non può uscire nulla di buono, a partire da quel nome evocato dal Cremlino, Nuova Russia, che non è nuovo per niente, ma affonda le sue radici nel Settecento.

Nemmeno il secolo breve è stato capace di insegnarci granché, forse perché non è stato breve affatto: Eric Hobsbawm, che coniò quella definizione fortunata e troppo bella per essere confutata, lo fece iniziare nel 1914 (con lo scoppio della Prima guerra mondiale) e concludere nel 1991, con la dissoluzione dell’Urss. Ma negli anni abbiamo avuto la tentazione di spostarne la fine sempre più in là: chi nel 2001, facendola coincidere con l’attentato alle Torri Gemelle e l’arrivo del nuovo nemico dell’Occidente, il fondamentalismo islamico. Chi nel 2016, sotterrando Fidel Castro e un secolo a quel punto non più così breve.

Sembrava una forzatura, eppure nel 2022 siamo ancora lì a chiederci a che punto è il Novecento, se è ancora tra noi: certo, uno spauracchio e un’ideologia forte come il comunismo paiono ormai emarginati, incapaci di ripresentarsi con altrettanta forza. Ma alla morte della Guerra Fredda e della divisione in blocchi è sopravvissuto quel modo novecentesco di intendere le relazioni diplomatiche. Mentre il mondo si rivela sempre più fluido, chi lo comanda si mostra sempre più rigido. Non è un caso che i due grandi duellanti, Putin e Biden (a cui si può aggiungere il convitato di terracotta Xi Jinping) siano cresciuti dentro a quella contrapposizione netta, inzuppati di propaganda "buoni contro cattivi", semplificazione ridotta talmente all’osso che ormai non si trova nemmeno nella più sciatta delle serie tv.

Mentre il mondo viaggia a velocità supersonica sulla fibra ottica, Washington e Mosca si prestano a pachidermici summit, e il presidente russo proclama la guerra del prossimo futuro con alle spalle telefoni del passato remoto. Fatichiamo a capirli noi, faticano anche il presidente ucraino Zelensky e quello francese Macron che, quando il secolo breve veniva dato per finito, non avevano nemmeno quattordici anni.

È cambiato il mondo, non abbastanza chi lo governa. Le sfere d’influenza restano, ma non per forza devono coincidere con i confini, righe tirate sulle mappe, apparentemente inviolabili e poi rigorosamente aggirate, anzi ignorate, da chi fa muovere i mercati, e quindi i soldi, e quindi il potere (con cosa confinano Amazon e Facebook?). La scommessa ucraina di Putin fa paura forse proprio perché anacronistica e quindi dall’esito doppiamente imprevedibile, per di più in un’Europa che si crede sempre immune da certe dinamiche guerresche salvo poi riprodurle con una puntualità preoccupante.

E se gli orrori della Seconda guerra mondiale che hanno generato il mondo che Putin e Biden continuano a propinarci sono lontani, il fratricidio avvenuto negli anni Novanta nei Balcani è paurosamente vicino. Anche lì tutti tirarono quel che restava della Jugoslavia come un lenzuolo: rimasero poco più che brandelli, macchie di sangue mai davvero lavate. E una pace provvisoria e pesante come un macigno. Chiamiamolo col suo nome questo pezzo di storia: il secolo greve.

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