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16.02.22 - 05:30
Aggiornamento: 17.02.22 - 19:51

Si scrive libertà, si legge egoismo

Una parola abusata, storpiata, usata come un ariete per distruggere tutto da chi pensa solo ai propri diritti e mai al confine con quelli degli altri

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I Convogli della libertà a Ottawa (Keystone)

C’è un discorso di Lenin dei tempi della Rivoluzione d’Ottobre in cui la parola libertà viene citata 76 volte. Tante. Talmente tante da svuotarla di significato. Troppe per non insospettirsi. Ma talvolta per esagerare basta usarla una volta sola.

"Il lavoro rende liberi" ("Arbeit macht frei") è la celebre scritta all’ingresso di Auschwitz. "Freedom" è la parola preferita degli americani quando esportano i loro eserciti volendo convincerci di esportare la democrazia: la guerra a Saddam Hussein si chiamava "Iraqi Freedom", quella in Afghanistan "Enduring Freedom" ("Libertà duratura", nome – alla prova del tempo – che ha del tragicomico). Gli Stati Uniti, autoproclamati "Land of the free" – la terra dei liberi, come dice un passaggio dell’inno nazionale, "The Star-Spangled Banner" – sono immersi in questa libertà double-face: elastica con chi può permettersela e rigida con chi è nato sotto la cattiva stella della bandiera con le stelle.

La versione casereccia fu la Casa delle Libertà di Silvio Berlusconi, un nome che mischiava gli alti ideali della Rivoluzione Francese con i tinelli delle casalinghe sintonizzate su "Ok, il prezzo è giusto!". Parodia inconsapevole della sbandierata libertà a stelle e strisce, subì la vera parodia, firmata dall’Ottavo Nano di Serena Dandini, in cui la gente ruttava a tavola e gli ospiti anziché inorridire, ridevano e festeggiavano con lingue di Menelik, palloncini e trenini carnevaleschi sulle note di "Brigitte Bardot".

La desacralizzazione della libertà, il suo svuotamento di senso è coinciso con il confondere un diritto con un’assenza totale di doveri. Quel che si vuole ormai non è più la libertà, piuttosto un insieme di regole tagliate su misura (se ho un bar, durante la pandemia chiudesse tutto ma non i bar, se lavoro e ho i figli da mandare a scuola chiudesse tutto ma non la scuola, e via così…). Un egoismo cresciuto di pari passo con le conquiste civili e sociali. A riassumerne il significato ci pensò Pier Paolo Pasolini: "Chi pretende la libertà, poi non sa cosa farsene". E, si potrebbe aggiungere, nemmeno sa riconoscerla.

E così ecco uscire un altro movimento che s’intesta una parola che nemmeno capisce: i "Convogli della libertà", mix di contestatori a prescindere che hanno messo a soqquadro il Canada chiedendo l’abolizione del pass vaccinale. Una minoranza che, arrivata ora anche in Europa, invoca la libertà negandola ad altri, bloccando strade, approvvigionamenti e una vita normale a chi cerca di rispettare i propri diritti, ma anche quelli altrui.


Truppe americane in Afghanistan durante l’operazione Enduring Freedom (Keystone)

Proprio per la sua forza intrinseca, "libertà", come "pace" (ah, quelle belle "missioni di pace" armati fino ai denti, un po’ come fare un’immersione con gli aquiloni) è una delle parole più volutamente storpiate e messe lì – ad arte – non per chiarire ma per confondere, non per svelare ma per celare.

George Orwell, che ha dedicato alla libertà e alle brutture dei capovolgimenti di significato tutta la sua produzione, in "1984" narra di un terribile ministero dell’Amore, di un bugiardo ministero della Verità e s’inventa lo slogan "Guerra è pace, libertà è schiavitù, ignoranza è forza". E viceversa, per proprietà transitiva.

Della potenza del suo simulacro scritto erano ben coscienti i francesi, che nella dichiarazione dei Diritti dell’uomo del 1789 definivano la libertà nel "potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui". Chi oggi la usa come un ariete sembra più vicino al significato dato dal successivo regime del Terrore, che diceva: ‘Nessuna libertà per i nemici della libertà’.


‘La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza’ da ‘1984’ (CC)

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