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04.02.22 - 05:30
Aggiornamento: 18:01

Lontani e contestati, ma pur sempre Giochi olimpici

Il timore della pandemia in una megalopoli di 24 milioni di abitanti e il boicottaggio diplomatico, ma anche una delegazione svizzera molto agguerrita

Lontani, segregati, contestati, ma pur sempre Giochi olimpici. Organizzata in una megalopoli da 24 milioni di persone, in un contesto del tutto avulso dalla tradizione invernale, Pechino 2022 prenderà ufficialmente avvio oggi con la Cerimonia d’apertura (13.00 ora svizzera). Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, verrebbe da dire. Perché in Europa, questa edizione a cinque cerchi sembra lasciare indifferenti i più. Forse perché maggiormente interessati a quelli che si spera siano gli ultimi colpi di coda della pandemia. E anche in Cina, ancor prima di competizioni, prestazioni e medaglie, la parola più gettonata è virus. Fiero del suo status di nazione Covid-free, il governo cinese ha allestito un dispositivo di sicurezza che dovrebbe permettere di contenere al minimo i contagi importati dall’estero, ma che fa dei Giochi una manifestazione segregata: assenza di pubblico straniero sugli spalti (soltanto qualche cinese selezionato), bolle ermetiche sui tre siti olimpici, nessun contatto tra la popolazione e le delegazioni, test Pcr come se piovesse. E le autorità hanno già fatto sapere che chi sgarra dovrà pagare. Tra temperature polari e controllo ferreo, per gli atleti e per i loro accompagnatori si prospettano due settimane “pesanti”.

Olimpiadi lontane, Olimpiadi segregate, ma anche Olimpiadi contestate. Inutile nascondersi dietro a un dito e fingere che la scelta di Pechino non sia stata controversa e divisiva. Il governo cinese porta indelebile sulla pelle l’infamante marchio della sistematica violazione dei diritti umani. La repressione attuata da settant’anni in Tibet e quelle più recenti degli uiguri nello Xinjiang e degli oppositori politici a Hong Kong non possono essere sottaciute. E alcuni governi, Stati Uniti in testa, hanno deciso di far sentire la loro voce attraverso l’unico canale a loro disposizione: il boicottaggio diplomatico. Ma allora, cosa bisognerebbe dire delle otto edizioni (tra inverno ed estate) organizzate in una nazione come gli Usa tuttora alle prese con gravi ingiustizie razziali? O dei Giochi invernali del 2014 a Sochi, in riva al mare e in una Russia fortemente criticata per l’autoritarismo del suo presidente (tre giorni dopo la chiusura, l’esercito di Mosca avrebbe preso possesso della Crimea)? Insomma: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Ma si sa: è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio di un altro che la trave nel proprio. Resta il fatto che, stavolta più che mai, il Cio si trova confrontato con una scelta difficile da difendere: concedere l’organizzazione a una nazione che viola i diritti umani e che non ha nemmeno la foglia di fico di una radicata tradizione invernale, è stato l’ennesimo abbaglio di una procedura di assegnazione che guarda soltanto all’aspetto finanziario.

Ma chiudiamo parlando anche di sport. Sì, perché le Olimpiadi sono principalmente una manifestazione sportiva. Tanto più che, svanito (purtroppo) il moto di solidarietà per tibetani e uiguri, tra quindici giorni ci ritroveremo tutti a fare il solito giochino: contare le medaglie per capire chi avrà vinto e chi avrà perso. E la delegazione rossocrociata ha tutte le carte in regola per lasciare il segno nei libri di storia dei Giochi. L’obiettivo fissato da Swiss Olympic è ambizioso: 15 medaglie come quattro anni fa a Pyeongchang. Ma sullo slancio di uno sci alpino che in questo inverno ha visto i colori rossocrociati trionfare un po’ ovunque, le premesse per un raccolto importante ci sono tutte.

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