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15.01.22 - 05:300

Per causa di forza maggiore

Annullato il visto di Novak Djokovic. Con un verdetto politico che riduce le chance di spuntarla in appello, domani alla Corte federale

Visto annullato. In calce alla motivazione del ministro dell’Immigrazione australiano Alex Hawke, un provvido “per motivi di salute e di ordine pubblico”. L’editto e la replica del premier Scott Morrison che ha aggiunto che la scelta mira a proteggere il risultato dei “sacrifici” fatti dagli australiani durante la pandemia svelano la natura di un provvedimento di ordine politico, e la cosa non sorprende. Non avrebbe potuto essere diversamente. Tali e tante sono le implicazioni giuridiche, ma anche morali e ideologiche (si pensi allo scontro tra schieramenti opposti in tema di vaccinazione), che l’unico modo di uscirne era il colpo di spugna del governo che, in nome delle suddette questioni “di salute e di ordine pubblico”, può anche travalicare il senso stretto di leggi e cavilli legali. Una sorta di causa di forma maggiore declinata al tennis e a una vicenda che se non farà giurisprudenza farà senz’altro storia.

Il comune mortale, di fronte a vicende intricate e controverse che sfuggono a una lettura chiara, soggette a tante interpretazioni quante sono le zone d’ombra che l’avvolgono, è portato a dire che “la decisione avrebbe dovuto essere presa prima che a Djokovic fosse concesso il visto da parte del giudice Kelly. O era idoneo o non lo era”. Una semplificazione. Il tentativo un po’ maldestro di riassumere in un concetto un po’ ingenuo una settimana che passerà alla storia del tennis, dello sport. Proprio a chi si è stancato dello sballottamento tra indiscrezioni, atti d’accusa, presunte o reali irregolarità, tribunali che si pronunciano e altri che non lo fanno.

Un altro modo per liquidare la faccenda sarebbe il seguente: bella pensata, quella dell’esenzione medica. Senza, nulla di questo sarebbe successo. Innegabile, ma fragile. L’esenzione era una possibilità, ha aperto il varco. Colpevolmente? Consapevolmente, piuttosto. L’hanno proposta, è stata sfruttata. Fin qui, tutto bene, il resto è torbido e fangoso come le sabbie mobili infide in cui l’intera storia è scivolata.

Subito sfuggita ai confini dello sport per incastrarsi nei meccanismi contorti della politica e incanalarsi lungo il sentiero sinistro della retorica nazionalista, con derive mistiche di dubbio gusto, fino all’inevitabile scontro tra schieramento a favore e contro il vaccino (quale miglior alfiere del serbo che sfida il mondo per la campagna no-vax?), la vicenda è seria, come il quadro sanitario a Melbourne, in peggioramento. Concediamola, un po’ di sana rabbia, agli australiani. Se leggiamo nel provvedimento di Alex Hawke il tentativo di contenerne la frustrazione giunta al limite dopo venti mesi di chiusure che hanno esacerbato gli animi, forse non sbagliamo. Che poi sia stato “ispirato” dal primo ministro Morrison, del quale è fedele alleato, agli strepiti giustizialisti della prima ora del quale non sono seguiti fatti immediati, è parte del gioco. Lo scontato “la legge è uguale per tutti” ha finalmente un’applicazione pratica. Quanto corretta, in termini strettamente legali, non è dato sapere. Si chiama politica, e può più dello sport. Quindi, anche di Djokovic. Vittima o colpevole che sia. Simpatico o cattivo, no-vax o vaccinato.

Giustizia è fatta. Lo pensò Djokovic giorni fa. Oggi se ne riempie la bocca l’altra parte. Ammesso che lo sia, giustizia. Tante ne sono successe, tanto lunga è stata l’attesa di un pronunciamento, che il dubbio resta. A partita oltretutto ancora aperta.

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