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16.12.21 - 05:15
Aggiornamento: 15:37

Al Consiglio della magistratura non resta che dimettersi. Subito

Credibilità azzerata. Anche il Tribunale d’appello sconfessa l’operato del Cdm nella procedura di rinnovo delle cariche al Ministero pubblico

Il suo operato è stato sconfessato dapprima dal Gran Consiglio, poi dalla Commissione di ricorso sulla magistratura e ora dal Tribunale d’appello. Tre sonore bacchettate al Cdm, il Consiglio della magistratura, che la dicono lunga sulla procedura da esso adottata lo scorso anno in vista del rinnovo delle cariche al Ministero pubblico. Una procedura claudicante, per usare un eufemismo, sfociata negli impietosi e indecenti giudizi con cui si era espresso negativamente sulla rielezione di cinque procuratori. Poi riabilitati e riconfermati dal parlamento, autorità di nomina di pp e giudici, dietro indicazione della maggioranza (netta) della sua commissione ‘Giustizia e diritti’, che aveva fra l’altro accertato – sulla base del parere giuridico chiesto all’ex presidente del Tribunale federale Rouiller – la violazione da parte del Cdm di un diritto fondamentale, quello di essere sentito.

Tre bocciature, nel giro di un solo anno (sic!), che dovrebbero indurre i membri del Consiglio della magistratura, segretario/coordinatore organizzativo compreso, a dimettersi. Subito. Senza quindi attendere la scadenza del mandato (31 dicembre 2022). A maggior ragione dopo la sentenza, resa nota ieri dal portale ‘Liberatv’, con la quale il Tribunale d’appello priva il Cdm, guidato dal giudice Werner Walser, di ogni residua credibilità.

Il recente verdetto, che accoglie l’istanza di ricusa presentata da uno dei cinque pp nei confronti del Consiglio della magistratura, contiene critiche pesanti al Cdm. “Il Consiglio della magistratura – sottolinea a pagina 13 il Tribunale d’appello – ha dimostrato di non aver voluto prendere atto della portata del suo ruolo nella procedura di rielezione dei magistrati e, di conseguenza, della gravità della violazione del diritto di essere sentito, che aveva inficiato la procedura stessa, come pure delle conseguenze che essa poteva avere sulla posizione professionale degli interessati. Invece di garantire i diritti procedurali, spettanti a un magistrato confrontato con la concreta prospettiva di non essere rieletto proprio a causa del suo ‘preavviso’ (del Cdm, ndr), ha preferito sminuire il rilievo attribuito dalla legge allo stesso Consiglio, per giustificare la violazione dei diritti in questione”. Alla luce di queste e altre considerazioni, come può questo Cdm – organo, stabiliscono Costituzione cantonale e Legge sull’organizzazione giudiziaria, tenuto a vigilare, anche con poteri disciplinari, sul (corretto) funzionamento dell’apparato giudiziario ticinese – restare in carica? Questo Consiglio della magistratura è stato completamento sfiduciato. Per il bene e per l’immagine delle istituzioni, si faccia allora al più presto da parte.

Aveva dunque visto giusto, richiamando le parole della sua presidente Sabrina Aldi, la commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ nel non dar seguito ai preavvisi negativi del Cdm riguardanti le (ri)candidature dei cinque pp. E aveva visto giusto anche “certa stampa” (‘laRegione’ inclusa), per citare le infelici parole del vulcanico presidente del Tribunale penale cantonale, mittente, in occasione di quel tribolato rinnovo delle cariche al Ministero pubblico, degli inopportuni messaggi via WhatsApp al procuratore generale su alcuni candidati. Adesso però la ‘Giustizia e diritti’ dovrebbe cercare di elaborare in tempi brevi un progetto di regolamento chiaro per il Consiglio della magistratura. Nel contempo dovrebbe riflettere sulla composizione del Cdm, valutando l’eventuale introduzione di nuovi criteri di incompatibilità affinché anche certe logiche partitiche non abbiano (più) il sopravvento nell’organo di vigilanza.

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