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09.12.21 - 05:30
Aggiornamento: 18:29

Il presidente Cassis al capezzale della Svizzera

Rappacificare un Paese diviso dalla pandemia: il Coronavirus può diventare la sfide della vita per il ticinese eletto oggi dall’Assemblea federale.

di Franco Zantonelli
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Keystone
Con la moglie Paola e le autorità cantonali

Sembra quasi un segnale del destino che dopo 23 anni, dopo cioè l’ultima volta che toccò a un ticinese presiedere la Confederazione, l’incarico vada ancora a un responsabile del Dipartimento degli esteri. Oltretutto Ignazio Cassis, come Flavio Cotti nel ’98, si ritrova a dover rivestire quell’incarico uscendo un po’ stremato da una gestione della politica estera irta di non pochi ostacoli.

Per Cotti si trattò della questione degli averi ebraici, contraddistinta da un vero e proprio braccio di ferro con il World Jewish Congress, le cui rivendicazioni erano appoggiate dall’amministrazione Clinton. Per Cassis c’è la grana della rottura con l’Unione Europea, forse ancora di più difficile soluzione, visto che non è risolvibile con il pagamento di una gigantesca penale e l’ammissione di colpa, con cui vennero liquidate le accuse di complicità nella spoliazione degli ebrei perseguitati dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale.

Va detto che, probabilmente, il conflitto con l’Ue, non ascrivibile unicamente a Cassis ma, piuttosto, all’eurofobia di marca Udc sposata, per opportunità di politica spicciola, da esponenti di altri partiti, non ha aiutato l’esponente liberale ticinese a fare una votazione particolarmente brillante, se paragoniamo i suoi 156 voti con i 188 ottenuti da Guy Parmelin un anno fa. “Vada più a Bruxelles e meno in Cina”, l’esortazione giuntagli dal leader del gruppo parlamentare del Centro, Philipp Matthias Bregy.

È pur vero che Alain Berset, ormai dal marzo 2020 sotto la luce dei riflettori, complice il Covid-19, ha totalizzato appena due voti in più di Cassis come vice-presidente. È possibile che proprio il coronavirus, che in Svizzera come altrove è stato affrontato la sua parte in modo sovente empirico e contradditorio, abbia pesato sull’esito del voto di ieri. A Cassis è stata rimproverata, essendo medico, una certa assenza nella partecipazione alla gestione della pandemia. Lui si è difeso ricordando di essere il ministro degli Esteri, non quello della Sanità.

Comunque sia, ora che è presidente, per Ignazio Cassis il coronavirus può diventare la sfida della vita: ha diviso e lacerato il Paese, lui può contribuire a rappacificarlo. Torni a indossare il camice bianco, si rimetta al collo uno stetoscopio e, per i prossimi 12 mesi, investa buona parte del suo tempo al capezzale della Svizzera. È la sua grande opportunità di uscire da quella sorta di cono d’ombra in cui si è ritrovato, come prima di lui Guy Parmelin, entrambi entrati in un consesso di gente assai più sperimentata, grazie ai molti anni trascorsi insieme al Governo.

A Parmelin l’anno presidenziale ha fatto bene, la sua semplicità è stata apprezzata, il suo successore, consapevole di avere un’immagine un pò sbiadita, ha esordito con grande sincerità, promettendo che farà del suo meglio per guadagnarsi la fiducia dei cittadini. Anche per la Svizzera italiana il fatto che sia un ticinese a presiedere la Confederazione costituisce un atout, in un periodo in cui l’italianità necessita dell’ennesimo rilancio. Va detto, inoltre, che per Ignazio Cassis l’ultimo anno di legislatura alla Presidenza della Confederazione, se giocato bene, può contribuire a garantire una rielezione, oggi non così sicura, nel 2023.

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