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02.12.21 - 05:30
Aggiornamento : 17:29

Non c’è bisogno di dichiarare guerra al Natale

No, l’Unione europea non ha messo fuori legge il Natale. Ha solo ricordato a tutti che viviamo in una società sempre più complessa e sempre meno religiosa

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Ormai fa parte del rito come il presepe, Babbo Natale e i regali sotto l’albero: la polemica sul “Buone feste” al posto del “Buon Natale”, accompagnata dalla denuncia di una guerra al Natale e ai valori cristiani. Quest’anno a dare il via è un documento dell’Unione europea, una raccomandazione a uso interno per i dipendenti della Commissione europea – uno strumento un po’ deboluccio per condurre guerre culturali, va detto – nella quale tra le altre cose si ricorda la banalità che non si può dare per scontato che l’interlocutore festeggi il Natale o che lo festeggi il 25 dicembre (per alcune chiese ortodosse si deve attendere gennaio). C’era poi anche la raccomandazione a non usare espressioni come “nome di battesimo” (che probabilmente figura ormai solo nei registri parrocchiali), solo che in inglese si dice “Christian Name” e così alcuni politici sovranisti – mostrando o ignoranza o malafede, vedete voi cosa è peggio – se ne sono usciti che l’Europa vuol dichiarare fuori legge i nomi cristiani come Maria.

La risposta a queste polemiche pretestuose non può che essere che sì, è in corso una guerra al Natale ma a dar il via alle ostilità è stato il Natale, invadendo con le sue decorazioni buona parte del mese di novembre: la sua avanzata va fermata a ogni costo, altrimenti ci troviamo abeti con le palle ad agosto.

Ma questa risposta va bene per chi le famose radici cristiane le concepisce come utili a farci randelli da usare in politica. Per fortuna il dibattito non si limita a loro e richiede quindi qualche riflessione in più.

Iniziamo da una banalità: se oggi è il compleanno di Reto, sarà il suo amico Urs a fargli gli auguri; il contrario – il festeggiato Reto che augura “buon compleanno” a Urs – sarebbe bizzarro. Certo, a differenza di anniversari e compleanni il Natale è una festività pubblica, ma lo è anche Chanukkah, la Festa delle luci ebraica che si tiene proprio in questi giorni e che, guardando ai rapporti interconfessionali, vede il non-ebreo fare gli auguri all’ebreo, non il contrario. Se non sappiamo a chi andrà il nostro augurio, come è il caso di un biglietto d’auguri, un generico “Buone feste” è la soluzione più semplice ed educata (e adottata, da tempo, da numerose aziende e organizzazioni internazionali). Se poi un “Buon Natale” scappa o lo si vuole proprio usare, poco male: come detto quella europea è una raccomandazione a uso interno e che è stata pure ritirata in attesa di una versione rivista. La Polizia del pensiero se ne rimane ancora confinata nel romanzo di Orwell.

Il punto più importante è che non c’è bisogno di dichiarare “guerra al Natale”: per l’erosione della religione basta sedersi e aspettare. Limitandoci alla Svizzera, nel 1970 cattolici e protestanti rappresentavano il 90 per cento della popolazione e chi si professava senza appartenenza religiosa era intorno all’1 per cento. Oggi questi ultimi sono circa il 28 per cento mentre i cristiani, anche includendo le altre comunità, arrivano a poco più del 60 per cento. Molti dei quali è sinceramente difficile considerare credenti, e non per la mancata conoscenza di qualche dogma ma perché non credono nell’esistenza di un unico Dio (circa un quarto dei cristiani afferma di credere semplicemente “in una sorta di forza superiore” e abbiamo anche una buona percentuale di agnostici e persino atei). In questo processo, le istituzioni non sono l’avanguardia che guida l’avanzata della società, anzi: gioca perlopiù in retroguardia. Basta guardare alle discussioni sull’insegnamento religioso a scuola.

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