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‘E andiamo a vincere’
Il ricordo
13.11.21 - 13:10

Gioco, partita, incontro Galeazzi

Prima dei telecronisti ipertecnici e a volte un po’ logorroici, Bisteccone è entrato nel cuore degli italiani e non solo. E a volte questo basta e avanza

In un pomeriggio imprecisato dei noiosissimi primi anni 90 dominati da alcuni ammazzapalline che resero il tennis diversamente baseball (Jim Courier, la cosa più brutta vista su un campo di terra rossa dopo le buche), sulla prima pay-tv italiana qualcuno scrive una lettera (di carta, niente internet) alla coppia di telecronisti Rino Tommasi e Gianni Clerici, la forma più alta di commento tennistico italiano da cui arrivano i moderni Jacopo Lo Monaco e Federico Ferrero di Eurosport. “Ci chiedono perché quando giocano i tennisti italiani non facciamo il tifo”, riferisce Tommasi, che lapidario chiude: “Se volete il tifo, allora girate sulla tv di Stato”, un affronto a chi in quegli anni, in modo magari meno forbito, ancora commentava il tennis dai microfoni della Rai, quella tv di Stato che per improrogabili esigenze di palinsesto (la politica, che imponeva il tg cascasse il mondo) era arrivata a interrompere la finale di Wimbledon sul più bello e per sapere com’era andata si doveva accendere la radio.

Giampiero Galeazzi, morto ieri all’età di 75 anni, non era Tommasi e Clerici e nemmeno Lea Pericoli su Telemontecarlo, il salotto ‘bene’ del tennis, ma di quello sport era riuscito a dare una visione più familiare e ‘da circolo’, anche in coppia con Adriano Panatta, diventando l’alternativa pop ai due jazzisti di Tele +. E comunque ieri sera, prima di Italia-Svizzera nella sua città, “il padre di tutti noi”, come lo ha chiamato il telecronista, è stato ricordato sulle note di ‘Round Midnight’, perché per quanto il ruolo del commentatore si sia nel tempo specializzato, Bisteccone – chiamato così dal giornalista Gilberto Evangelisti, vistosi un giorno davanti a sé un tale pezzo d’uomo – è entrato nel cuore degli sportivi italiani e non solo, e a volte questo basta e avanza. Soprattutto se il commentatore resta un passo indietro a quanto c’è da commentare, ‘sbracando’ solo quando serve.

La malattia di Galeazzi ebbe una sua vetrina televisiva tre anni fa in un altro salotto, quello di Mara Venier, con il cronista già icona televisiva per tutta una serie di storiche telecronache passionali, anche gridate, ma che sono sempre apparse genuine. Da quella poltrona Bisteccone si citava, avvisando che gli restavano da attraversare “gli ultimi 500 metri della mia vita”, la vita di un campione italiano di canottaggio che proprio commentando lo sport in cui eccelse, sfiorando le Olimpiadi del ’68, avrebbe aperto a una scuola di urlatori giunti sino a noi con alterni successi, e un’altra scuola d’inviati a bordo campo a cavar parole ai calciatori, anche a quelli col muso lungo. Fin negli spogliatoi del Napoli, nel giorno del secondo scudetto.

Per Galeazzi che recitò sé stesso nel film cult ‘L’allenatore nel pallone’, a ogni interruzione di Italia-Svizzera la Rai è tutta un “Andiamo a vincere”, l’audio di Seul 1988 coi fratelli Abbagnale in acqua a vincere l’oro e Bisteccone, ora in fotografia, nel grido di uno che, a modo suo, ha vinto tutto.

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