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02.11.21 - 05:30
Aggiornamento: 09:19

Il G20 di Draghi e la fontana di Trevi

Senza i leader russo e cinese, il summit di Roma si chiude su un magro bilancio. Che viene salvato solo dalla ‘tassa minima’ sulle multinazionali.

di di Aldo Sofia
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Keystone
Tour alla fontana di Trevi

L’uomo delle formule magiche ci riprova. “Whatever it takes”, aveva scandito da governatore della Bce sull’euro da salvare, appunto “ad ogni costo”. E ora, da gran cerimoniere del G20 romano, sull’argomento più importante dell’agenda, assicura che il summit è servito a “tenere vivi i sogni”. Inteso: le speranze per il salvataggio ambientale del pianeta, che stando agli scienziati si avvicina velocemente all’ora zero del disastro irrimediabile. Insomma, proprio il minimo sindacale per tentare di non deprimere troppo le migliaia di delegati che intanto affluivano a Glasgow per la Cop26, l’ennesimo “vitale vertice sul clima” convocato dall’Onu.

C’è l’impegno generico a contenere il surriscaldamento planetario a +1,5 gradi, ma non viene fissata una scadenza da tutti condivisa. Difficile che sia il 2050, che non è proprio dietro l’angolo. Forse, proprio forse, il 2060, sostiene la Russia, affiancata dalla ‘grande inquinatrice’ Cina, che promette ma a sua volta si guarda bene dallo spegnere le sue centrali a carbone. Né Putin né Xi hanno fatto la trasferta in Italia: col pretesto del Covid e ben felici di sottrarsi alla messinscena del multilateralismo diplomatico (discutiamo e decidiamo tutti assieme), che non pochi commentatori giudicano l’unico vero successo politico di questo G20 dopo gli strappi imbronciati, plateali e violenti del trumpismo.

Mosca e Pechino preferiscono ancora e sempre i dialoghi separati e basati sui rapporti di forza. L’assenza fisica dei loro leader non era affatto casuale, gli bastava una fugace apparizione ‘in remoto’. Senza il loro coinvolgimento personale molti obiettivi rimangono a metà strada. Con l’altro pivot della triade mondiale, Joe Biden, in difficoltà a Washington per il varo del piano da 6mila miliardi di dollari di interventi pubblici, soddisfatto per aver ottenuto (ma chissà per quando e chissà come) l’adesione alla ‘tassa minima’ (15%) sulle società multinazionali che evadono o eludono imposte adeguate ai loro mega-utili grazie alla complicità fiscale di Paesi ‘comprensivi’. Non è molto, non è poco, ma è il massimo di quanto poteva offrire il gran bazar organizzato fra i ruderi dell’impero romano e la fontana di Trevi dove i ‘potenti del mondo’ si sono comportati (per l’ennesima photo opportunity) come il più scontato dei turisti giapponesi, spalle all’opera del Salvi, e monetina lanciata nella celebre vasca. Giusto una monetina per “tenere vivi i sogni”, direbbe Draghi.

Per il resto, a parte i soliti ‘impresentabili’ (da Erdogan a Bolsonaro all’indiano Modi persecutore dei suoi connazionali islamici), poco o nulla. Il ‘poco’ sta nell’ennesima promessa di vaccinare anche la parte più povera del mondo. E il ‘nulla’ riguarda quella che invece è l’emergenza umanitaria più urgente da affrontare: quella dell’Afghanistan, la cui popolazione non è prigioniera solo dei Talebani (che l’Occidente ha rimesso al loro posto) ma anche di una crisi economica devastante. Aiutare Kabul sul piano umanitario significherebbe riconoscere e consolidare il regime degli studenti coranici? No, evidentemente. O non necessariamente. Ma poco importa. Meglio se fame, freddo, disoccupazione, banche chiuse spingono alla fuga milioni di persone. Verso i Paesi confinanti. Importante che non si muovano verso Ovest. Svizzera compresa.

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