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30.10.21 - 05:30

Il funerale celeste, si diventa pasto per gli avvoltoi

Dare una nuova continuità a relazioni spezzate può aiutare a trasformare il dolore della perdita

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Quando perdiamo una persona cara è il distacco a fare più male, si crea uno spazio vuoto laddove prima c’era fisicità, presenza, c’erano parole, sguardi, sorrisi e tutti i colori vivaci della vita; man mano quel vuoto si allarga e hai la sensazione di cascarci dentro, trascinato giù da una zavorra di dolore. A tratti ti assale il dubbio di dimenticare, di non poter far affidamento sui ricordi, sulla tua mente, che troppo spesso prende lucciole per lanterne. Col tempo il dolore si trasforma, lascia il passo a una presenza impalpabile. Circa un mese fa, cadeva l’anniversario della morte di mio padre, gli ho augurato buon compleanno per i suoi primi nove anni altrove. Ho immaginato una torta di fragole su un letto di sfoglia croccante – la sua preferita – con 9 candeline accese. Questa atmosfera festosa mi ha riempita di gioia. Dolore e gioia non riescono a convivere, non c’è spazio per entrambi, sono come luce e ombra: quando c’è uno, non c’è l’altro. Forse è questa la chiave: dare una nuova continuità a relazioni spezzate aiuta a trasformare il dolore, renderlo più sopportabile. Ciascuno declina questo altrove come preferisce in base alle personali credenze.

Guardando più in profondità, oltre al nascere e al morire, oltre all’andare e al venire, si scorge una costante trasformazione: è ovunque e trascina tutto nella sua dirompente corrente. Tutt’attorno la natura si sta spogliando, preparandosi al riposo invernale, che è il preludio a una nuova fioritura. Anche dentro di noi, cellule che nascono, cellule che muoiono, in un frenetico ciclo continuo di trasformazione.

La morte è sempre presente, non solo nella giornata che cade il 2 novembre.

Indaffarati come siamo, facciamo di tutto per tenerla distante, ma a guardar bene è proprio la consapevolezza di una fine certa a dare pepe alla vita, spingendoci ad assaporare ogni momento, come se non ci fosse un domani. Senza rimpianti. Parte tranquillo (forse) chi ha vissuto una vita piena di quei piccoli e grandi gesti, che ci nutrono come esseri umani, spingendoci a guardare oltre al nostro piccolo orticello. Se ne va leggero (forse) chi si è liberato dei tossici sensi di colpa, perché il passato è passato, non lo puoi cambiare e hai imparato ad andare avanti cercando di fare meglio. Parte senza voltarsi indietro chi non dà troppa importanza al corpo. In un viaggio in Asia, mi ha colpito il ‘funerale celeste’, nel rituale tibetano (scioccante per noi, sacro per loro!) il corpo del defunto viene fatto a pezzi e offerto agli avvoltoi. Dopo una veglia di alcuni giorni, il cadavere viene portato in montagna dove una mano esperta esegue il rituale di smembramento: le ossa vengono frantumate, mescolate con farina d’orzo e diventano pasto per i rapaci. Un ultimo atto di generosità per beneficiare altri esseri, che si inserisce in una cultura buddista, che considera il corpo una sorta di guscio che contiene l’essenza, solo quella continuerà il viaggio. Una versione moderna (passatemi il parallelismo) può essere il dono d’organi, altrettanto altruista.

Agevolare il viaggio dell’anima verso la sua meta, occupandosi di alleviare il dolore di chi resta, sono gli obiettivi dei rituali che variano di Paese in Paese. A unirci tutti, al di là del credo e delle tradizioni, è fare i conti con ciò che resta, lasciandoci ispirare da chi è partito, facendolo sopravvivere in noi, come un seme che darà ancora i suoi frutti.

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