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L’OSPITE
 
20.10.21 - 23:550
Aggiornamento : 21.10.21 - 14:33

Per un salario certificato

Accettato in votazione popolare nel 2015, il salario minimo continua a tormentare l’opinione pubblica, i partiti, gli attori economici

Accettato in votazione popolare nel 2015, il salario minimo continua a tormentare l’opinione pubblica, i partiti, gli attori economici. Entrerà in vigore il prossimo primo dicembre (prima fase), con una soglia fissata a 19 franchi orari. Il presidente degli industriali Oliviero Pesenti ha dichiarato alla Rsi (‘60 minuti’, 11 ottobre) che il settore si conformerà alla normativa; ma ha anche aggiunto che molte aziende faticheranno a rispettarla e quindi potrebbero chiudere i battenti. Ripetiamo: diciannove franchi. Domanda: accettereste voi, cari lettori che qui risiedete e consumate, di lavorare per questa cifra? Voi adulti, oppure i vostri figli, i vostri nipoti e cugini? No, nessuno evidentemente. Tutti sappiamo che queste mercedi hanno corso soprattutto nella fascia di confine, in base ad una tradizione che risale agli anni del boom economico. Una zona, come dicono gli economisti, «labour intensive», ossia ad alta intensità di manodopera viva, reclutata nelle contigue province lombarde e piemontesi.

Ma se il dibattito sul salario minimo non si è mai acquietato, è perché la questione non interessa più solo i frontalieri. Vuol dire che, con l’allentamento delle restrizioni alla libera circolazione, la pressione sui salari si è pian piano allontanata dalla frontiera per risalire il territorio e insinuarsi in altre branche, destrutturandole. La tensione sul mercato del lavoro è aumentata, investendo settori precedentemente mai toccati dalla concorrenza: professioni altamente qualificate come quelle dell’architetto, dell’ingegnere, dell’informatico.

C’è poi la galassia dei servizi, dall’infermieristica alle attività servili, dalla cura alle persone alla ristorazione: una sfera produttiva alquanto opaca non solo sul versante della retribuzione. Qui un dato spicca su tutti gli altri: l’elevata presenza di lavoratrici, che solo in parte sono frontaliere. Moltissime abitano stabilmente nel cantone, impegnate in lavori umili in condizioni precarie o intermittenti; sono badanti, stiratrici, addette alle pulizie, lavavetri, cameriere, un esercito di formiche che svolge le sue mansioni nella penombra fuori da ogni inquadramento sindacale. È la componente lavorativa più indifesa, spesso ignara dei propri diritti e delle tutele previste dalla legge.

I contrari al salario minimo sostengono che sarebbe stato meglio affidare il tutto alla contrattazione tra le parti. Già, sarebbe stato meglio. Purtroppo questa via non ha dato i frutti sperati per le categorie suddette, oppure è stata scientemente aggirata, come dimostra la rinascita, sempre all’ombra della “ramina”, del sindacalismo giallo. A volte sembra proprio che nemmeno i contratti collettivi – storica garanzia della pace del lavoro elvetica – incontrino i favori del padronato. Meglio avere le mani libere, come ai tempi del capitalismo manchesteriano.

Da ultimo si è preso a bersaglio lo stesso principio della rappresentanza sindacale. Ci ha molto colpiti, ad esempio, l’espressione “squallore sindacale” utilizzata da Fulvio Pelli in un articolo pubblicato sul ‘Corriere del Ticino’ (25 settembre). Pelli – già presidente del Partito liberale svizzero – ha accusato i sindacalisti di preferire alle assemblee di fabbrica la carriera nei legislativi comunali, cantonali e federali: una strada più comoda e meno esposta ai mal di pancia connessi alla defatigante pratica delle trattative. Pelli dovrebbe però sapere, dal nostro passato, che senza l’intervento del legislatore molte rivendicazioni non sarebbero giunte in porto in tempi ragionevoli. Pensiamo alla Legge federale sulle fabbriche del 1877, che riduceva la giornata lavorativa a 11 ore e che vietava l’impiego di fanciulli con meno di 14 anni. In Ticino la legge venne sistematicamente disattesa, soprattutto negli stabilimenti che occupavano in prevalenza maestranze femminili, come le filande e i tabacchifici. Solo dopo anni di rimostranze, di inchieste e di scioperi fu possibile obbligare il recalcitrante mondo imprenditoriale locale a osservare le disposizioni legali.

Vogliamo consessi privi dei rappresentanti del lavoro? Legislativi occupati solo da eletti provenienti dai ceti superiori e dall’universo delle libere professioni? Se c’è un inghippo che distorce i meccanismi della rappresentanza, questo è da ricercarsi nelle procedure di selezione dei candidati alle cariche pubbliche. Sappiamo quanto sia arduo per un/una esponente delle classi subalterne superare lo scoglio di un’elezione; si faccia almeno in modo che un sindacalista possa farsi portavoce dei loro bisogni.

Ma torniamo al salario minimo, alla fibrillazione che provoca. Sarebbe interessante conoscere le aziende che non sono in grado di corrispondere un salario di 19 franchi all’ora. Quanti sono, in quali campi operano, qual è la cultura d’impresa dei dirigenti, l’“etica” che sorregge e guida i loro comportamenti. Un inventario sarebbe più che utile, e ciò che l’Aiti potrebbe approntare per portare alla luce debolezze, ritardi e magari furbizie del tessuto industriale ticinese.

La viticoltura certifica la qualità dei suoi prodotti attraverso l’etichetta Doc, ‘Denominazione di origine controllata’. Nel mondo del lavoro dovrebbe valere la stessa regola: introdurre un marchio Smg, Salario minimo garantito, a testimonianza di un paese che si vuole civile e nemico di ogni forma di sfruttamento; di un cantone fermamente deciso a chiudere la porta agli speculatori e ai capitani di ventura.

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