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10.09.21 - 05:30
Aggiornamento: 13:57

Ecco l’anno zero. Ma un cantiere resta

Il nuovo stadio dell'Ambrì segna il passo (quasi) definitivo verso la fine di un'era. In attesa che i club decidano sul futuro dell'hockey che verrà

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L'Ambrì 2.0 si prepara al giorno del suo battesimo (Ti-Press/Golay)

Senz’altro ci sarà ancora qualche bullone da stringere. Non per niente sono giorni e giorni che ad Ambrì si premurano di ricordare che domani, alle 19.45 precise, mentre in pista gli arbitri procederanno all’ingaggio d’inizio della prima storica partita nella nuova Valascia – nessuno ce ne voglia, ma per accentuare la portata del trasloco almeno stavolta la chiameremo così –, tutto sarà pronto ma non prontissimo. Tuttavia non basterà qualche vite allentata a rovinare la festa, e quando si è confrontati con un cantiere di proporzioni mastodontiche come uno stadio, in cui oltretutto i lavori vanno portati a termine entro una data inderogabile perché c’è un campionato che deve iniziare, è quasi inevitabile che qua e là ci si debba confrontare con qualche disagio. Quindi sì, probabilmente succederà anche ad Ambrì, com’era capitato a Bienne, a Davos, a Friborgo oppure ancora a Losanna, dove un paio di settimane dopo l’inaugurazione della monumentale Vaudoise Arena, nell’ottobre di due anni or sono, s’era persino staccata parte del controsoffitto. Quello, però, è un altro discorso.

In ogni caso, l’11 settembre 2021 è una data che rimarrà indelebile nella storia dell’Ambrì. Infatti sancirà l’inizio dell’anno zero di una società le cui ambizioni, se non addirittura il suo stesso destino, erano indissolubilmente legate alla realizzazione di uno stadio degno di tale nome, al passo con i tempi anche solo dal punto di vista della sicurezza. Adesso che la vecchia Valascia non c’è più, la Svizzera dell’hockey ha fatto un ulteriore passo verso il rinnovamento delle infrastrutture: in attesa dell’apertura della Swiss Life Arena dello Zsc ad Altstetten, fra un anno, resterà solo da attendere che veda infine la luce il travagliato parto dell’erede delle Vernets di Ginevra, capitolo ultimo di un adeguamento infrastrutturale semplicemente irrimandabile oltre che imprescindibile, perché l’accresciuta qualità di quanto viene proposto a ogni serata di campionato merita palcoscenici adeguati, invece degli hangar a cui si riferiva non più di una decina d’anni fa l’ormai quasi ex presidente della Federhockey mondiale, René Fasel, parlando delle nostre piste.

Ma se fra non più di qualche ora l’Ambrì festeggerà l’entrata in pompa magna in una nuova dimensione, ciò non significa che alle nostre latitudini tutti i cantieri si siano conclusi. Riprendendo la metafora del palcoscenico, per quanto attraente possa essere la cornice in cui uno spettacolo si svolge, ciò che conta naturalmente è soprattutto la qualità di ciò che su quella ribalta viene proposto. Nel nostro Paese ci si interroga da anni su quale sia la direzione che l’hockey debba prendere nei prossimi decenni, pur se è chiaro che in un mondo tanto globalizzato è impossibile evitare anche solo di lasciarsi tentare dall’idea di scimmiottare ciò che fanno altrove. Temi come il salary cap oppure la Lega chiusa ciclicamente tornano sul tavolo da vent’anni o giù di lì, e l’arrivo della pandemia, con tutti i suoi vincoli di natura economica, più che a rilanciarli ha contributo a renderli improcrastinabili. Anche troppo, per dire il vero. Tanto che nella fretta di riaprire il dibattito, i club si sono dimenticati di chiedersi se tutta quella valanga d’improvvise novità fosse gradita almeno ai giocatori, per non parlare dei tifosi. E così qualche mese dopo, in un inverno surriscaldato almeno dalle polemiche, in mezzo a tutto quel silenzio che raggelava da mesi gli stadi, le società si sono viste costrette ad annunciare il rinvio di qualsiasi decisione sulle prospettate riforme. Da quel giorno, almeno ufficialmente, di quelle questioni non s’è più neppure fatto cenno, ma è chiaro che presto o tardi qualcuno tornerà alla carica. Magari dopo che naturalmente (si fa per dire, visto che tale aumento è strettamente legato a una misura voluta per contenere gli effetti economici del Covid, cioè all’abolizione della retrocessione) il numero di squadre in National League sarà passato dalle 12 che erano a 13 per l’arrivo dell’Ajoie, e poi da 13 che sono a 14 che saranno in primavera dopo una seconda, consecutiva promozione “gratuita” dalla Swiss League.

Nell’attesa, pubblico e giocatori potranno abituarsi a una massima serie più grande del solito. Pur se non è la prima volta che capita: infatti ci furono tredici squadre già nel settembre del 2003, dopo il pasticciaccio di un Friborgo che pensò bene di richiamare Sandro Abplanalp dal partner team Düdingen nel bel mezzo dei playoff della stagione precedente, quindi oltre la data limite per i trasferimenti, il che finì per avere ripercussioni sullo spareggio tra Lega nazionale A e B, con il Langnau che si rifiutò di tornare in pista causando così la promozione automatica del Basilea. Stavolta, invece, come detto, non c’è alcun imbroglio giuridico, e la situazione oltre che diversa è anche piuttosto delineata, siccome è ampiamente probabile che il processo involontariamente avviato dalla pandemia venga ultimato dalla prefigurata riforma del campionato. E pur se tale riforma continuerà a essere accompagnata da mille interrogativi, il primo dei quali legato alla sostenibilità dei numeri, ora che le ruspe sono al lavoro sullo sfondo l’unica cosa che si può fare è armarsi di pazienza e aspettare di capire tutte quelle misure cosa riusciranno a produrre. Ben sapendo che come ogni cantiere che si rispetti anche questo presenterà dei disagi, e quando infine il progetto sarà completato dietro di sé lascerà fatalmente qualche bullone da stringere.

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