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Lukashenko
14.08.21 - 17:21
di Franco Zantonelli

Se il caffè svizzero sostiene il regime bielorusso

Nestlé, Sandoz e altre multinazionali continuano a fare pubblicità sulla tv di Stato del dittatore Lukashenko.

Si può fare la pubblicità a prodotti come Nespresso, alle barrette di cioccolato o al cibo per cani e gatti, sullo stesso canale televisivo che, di questi tempi, ha l’abitudine di trasmettere le confessioni estorte con la forza agli avversari di un regime dittatoriale? È quello che capita in Bielorussia e che è valso la dura reprimenda di diverse Ong a Nestlé e ad altre multinazionali occidentali, tra cui la statunitense Procter & Gamble (quella di Meister Proper, l’energumeno pieno di muscoli che ti aiuta a tenere pulita la casa). Il gruppo americano e quello agroalimentare di Vevey – ma insieme a loro troviamo pure Sandoz – guidano la lista degli inserzionisti esteri presenti con i loro spot sulla tv di Stato di Lukashenko.

In realtà due pubblicità su tre trasmesse da quel canale propagandano prodotti di aziende europee e statunitensi. La litania di “consigli per gli acquisti” è andata avanti anche dopo il caso con al centro Roman Protasevich, l’oppositore al regime che si trovava con la sua compagna a bordo di un aereo Ryanair diretto a Vilnius, costretto a rientrare a Minsk dalle autorità bielorusse. Era il 23 maggio e, poco dopo, il 26enne Protasevich comparve in tv, su quella stessa tv di fronte alla quale i suoi concittadini si lustrano gli occhi con le meraviglie consumistiche dell’occidente. Come in un processo stalinista, ammise le proprie colpe e promise di correggere gli errori compiuti.

Cose già viste da quelle parti, prima e dopo la caduta del muro di Berlino, ma non sufficienti, a quanto pare, a far indignare i consigli di amministrazione di aziende multinazionali alla ricerca di utili per i propri azionisti e di bonus milionari per i loro top manager. Fatto sta che l’Ong zurighese Libereco ha scritto una lettera aperta all’attuale presidente del Cda di Nestlé, Paul Bulcke, facendogli presente che con la pubblicità dei suoi prodotti il gruppo finanzia indirettamente la propaganda della dittatura bielorussa. Bulcke ha replicato di seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Bielorussia, aggiungendo che Nestlé ha già ridotto le proprie inserzioni pubblicitarie nella programmazione televisiva di quel Paese. La multinazionale svizzera non ha comunque intenzione di mollare quel mercato ex-sovietico, né di lasciar perdere la pubblicità alla tv di Stato bielorussa, e ha precisato di avere una vasta gamma di prodotti in catalogo e nessun’altra alternativa per promuoverli.

Va detto che nonostante la Svizzera, come l’Unione Europea, abbia inasprito le sanzioni nei confronti del regime di Lukashenko dopo il dirottamento dell’aereo Ryanair con a bordo Protasevich, queste non impediscono a un’azienda di vendere e pubblicizzare i propri prodotti in Bielorussia. A meno che, ma questo va da sé, non si tratti di materiale militare. Ma allora, come coinvolgere anche la grande distribuzione nel boicottaggio di Lukashenko e della sua banda?

Beh, a convincere Nestlé potrebbe provvedere il suo testimonial principe, George Clooney, l’uomo-Nespresso. Ma anche fondatore, con la moglie Amal, della Clooney Foundation for Justice: un’associazione che si occupa pure della Bielorussia di Lukashenko, denunciando le intimidazioni subite dagli avvocati che difendono gli oppositori del dittatore. A dimostrazione che si possono perseguire le ingiustizie anche tra una pausa caffè e l’altra.

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