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05.08.21 - 05:30
Aggiornamento: 18:07

I fuorilegge del genocidio

In Bosnia l’Onu vuole una legge anti-negazionista per Srebrenica, ma il leader serbo-bosniaco Dodik minaccia di bloccare il Parlamento per tornaconto politico

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Un murale con la scritta "Non dimenticare Srebrenica" a Sarajevo (Keystne)

Non si può andare d’accordo neppure su un genocidio, quello di Srebrenica, che i serbi di Bosnia continuano a minimizzare, figuriamoci su tutto il resto.

Nell’epoca degli algoritmi che ci suggeriscono cosa fare, comprare, pensare; nell’epoca di Amazon Prime, dell’“on demand” e del “tailor-made”, insomma - per dirla in italiano - del “tutto cucito su misura”, dall’abito ai pensieri, siamo talmente arroccati nelle nostre certezze e viziati da dimenticare quella cosa che tutti abbiamo sottoscritto senza aver mai firmato nulla: il contratto sociale. In soldoni: le regole comuni. Saltate in nome, quando va bene, di un ideale, per quanto sbagliato; quando va male - e va quasi sempre male - in nome di un umore altrui, spesso indefinito, altre volte, definitissimo, come dimostrano loschi figuri rappresentati, in questo caso, dal nazionalista serbo Milorad Dodik, uno dei tre presidenti di un Paese che si chiama Bosnia Erzegovina, ma sembra la legge di Murphy: se qualcosa può andare storto, lo farà.


Milorad Dodik (Keystone)

Tre presidenti per un Paese di nemmeno 4 milioni di abitanti, uno per ogni popolo che - bisognerebbe dire - lo compone. Anche se lì la tendenza dominante è distruggere, nonostante i tanti uomini di buona volontà che abitano Sarajevo e le mille periferie di una terra profondamente diversa a ogni passo.

Messo lì a facilitare e complicare il ruolo dei tre presidenti di un Paese incapace di esprimerne uno solo senza scatenare una guerra, c’è l’Alto rappresentante dell’Onu, una specie di entità superiore vissuta dai più come un ingombro. Si chiama Valentin Inzko e ha deciso, dopo anni di bugie, smargiassate e vigliaccherie altrui, che non si può più tollerare che alcuni serbi di Bosnia neghino il genocidio di Srebrenica: 8’372 morti.

A guidare l’esercito serbo in quel massacro, nel luglio 1995, fu Ratko Mladic, recentemente condannato all’ergastolo dal tribunale dell’Aja. Mladic è un mito per l’ala nazionalista dei serbi di Bosnia, rappresentata proprio da Dodik, che si è già detto pronto a boicottare l’attività parlamentare (che bloccherebbe un Paese già agonizzante) in caso di approvazione di una legge che - a uno sguardo esterno - non avrebbe nemmeno motivo di esistere. C’è stato un genocidio, lo condanni. Lì no. Lì - e non solo lì - sopravvive quel retaggio tribale dei nostri e dei loro, del difendere la propria parte sempre e comunque, non solo non imparando dagli errori, ma facendone altri, accumulandoli in un angolo di mondo dove già la Storia ti dice che non c'è più spazio.

Già gli antichi greci, che vivevano nel timore degli dèi, avevano capito che erano gli uomini a doversela sbrigare con delle leggi se volevano uscire da quella che Hobbes, nel Seicento, chiamerà “bellum omnium contra omnes”: la guerra tutti contro tutti.

Rousseau - prima di diventare in Italia un cervellone contavoti per partiti che fanno finta di non esserlo - era il filosofo che impose l’idea di “contratto sociale”. All’epoca era più che altro un trovare giustificazione al potere dei forti sui deboli. Ci hanno filosofeggiato in molti, poi, ma il succo resta quello: la libertà individuale in una società deve fare i conti con il bene comune, poggiare su basi condivise, almeno là dove non c’è spazio per dubbi e partigianerie. Non lo capisce Dodik, per calcolo, non lo capiscono altri - a vari livelli - per mancanza di calcolo. Non lo capisce chi vive le democrazie come ingombri o dittature solo perché non può fare sempre quel che vuole. Così si scambiano paure e capricci per diritti, un genocidio per un incidente.

 


Ratko Mladic in una foto del 1995, anno dei fatti di Srebrenica (Keystone)

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