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Villa La Grange, luogo dello storico incontro di oggi a Ginevra (Keystone)
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16.06.21 - 05:30
Aggiornamento: 14:37
di di Giuseppe D’Amato

La piccola Guerra Fredda di Biden e Putin

Biden e Putin a Ginevra, uno davanti all'altro eppure lontanissimi, tra interessi internazionali e insulti personali

Magari finisse come a Genova nel 2001! Mai da tanti anni un incontro tra un presidente russo e uno americano aveva avuto un’attesa così spasmodica. Dal suo esito dipendono non solo le relazioni bilaterali ma anche le dinamiche dei rapporti tra Est e Ovest. I democratici Usa hanno ancora negli occhi gli screzi tra Putin e Obama al G20 di San Pietroburgo nel 2013, prologo della crisi ucraina e degli attacchi cibernetici alle elezioni statunitensi del 2016, prima di Trump, che ha tentato di evitare quasi scientificamente di vedere tête-à-tête il capo del Cremlino.

All’appuntamento di Ginevra Putin e Biden giungono da posizioni di scontro, con anche insulti personali.

Gli unici due sprazzi di luce sono stati rappresentati dal prolungamento per altri 5 anni del trattato Start 3, uno dei pochi accordi superstiti della Guerra Fredda, e dalla cancellazione delle sanzioni Usa contro il gasdotto Nord Stream 2.
In questi sei mesi Mosca e Washington hanno litigato su tutto o quasi, ma si sono concentrate per risolvere insieme le questioni globali, altrimenti fuori dalla portata dei singoli Paesi. In primis: disarmo, proliferazione anti-nucleare e cambiamenti climatici.

Il vero nodo geostrategico è che la Casa Bianca non può permettere il consolidamento dell’asse russo-cinese. Pechino colmerebbe così le lacune in campo militare, atomico ed energetico per fare il definitivo salto di qualità da potenza a super potenza. Allo stesso tempo Mosca avrebbe a disposizione risorse finanziarie e tecnologiche – alternative a quelle occidentali – per continuare a contare come potenza regionale.

Gli Stati Uniti hanno tuttavia degradato da tempo la Russia ad attrice non protagonista sulla scena mondiale.

Non è un caso che Biden ha evidenziato i suoi contatti con l’ucraino Zelenskij, mettendo Mosca e Kiev quasi sullo stesso piano.
Nella Washington del post-trumpismo e nelle cancellerie europee si è deciso di cambiare tattica: se dal 2013 si è fatto finta di non vedere ciò che accadeva a est, adesso si è stabilito di rispondere colpo su colpo; al capo del Cremlino è stata data l’etichetta di “imprevedibile”.

Il risultato è che ad aprile imponenti forze militari federali hanno stazionato a ridosso della frontiera con l’Ucraina, facendo alzare la tensione alle stelle.
Funzionerà la politica del bastone e della carota con Mosca? Di certo il Cremlino non potrà più dormire sonni tranquilli. È vero che alla fine gli Usa hanno tolto le sanzioni al maggior progetto geopolitico russo, il Nord Stream 2 (per venire incontro alla Germania) ma allo stesso tempo è stata ora ipotizzata la possibilità di escludere la Russia dal sistema occidentale di pagamenti Swift.

Al G8 di Genova nel 2001 Putin e Bush, grazie alla mediazione italiana, misero le basi per gli accordi di Pratica di Mare (Russia-Nato) nel 2002. Ma allora le relazioni, seppur non facili, erano altre.

A Ginevra, a meno di sorprese, si osserverà la cristallizzazione dell’attuale scenario, da mini-Guerra Fredda, con l’impegno – però – a non pestarsi troppo i piedi per non fare il gioco del terzo incomodo, la Cina.

Del resto Biden ha assegnato a Pechino il primo posto nella sua agenda internazionale e Putin sa bene che 400 milioni di cinesi vivono a ridosso della frontiera con la Siberia.

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