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Franco Battiato, 1945-2021 (Keystone)
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19.05.21 - 05:30

Bandiera bianca a mezz'asta

Ne 'La voce del padrone', Franco Battiato ci bastonò con riff retrò e provocatori ricicli lessical-musicali: complice un ballo virale, era già musica leggerissima

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Nel 1981 si poteva cantare un po’ quello che si voleva. Il pubblico ci stava a farsi trattare male, quasi dovevi. Nel 1981, in Inghilterra, Joe Jackson al pubblico gli sputava addosso (ma i Sex Pistols avevano già fatto di peggio molto prima) e in Italia un geniale sputasentenze col codino alla Zappa (lo Zappa americano, Frank) e i noti occhiali da sole Synthomatic Mystery ne aveva per tutti. Anche per la categoria d’appartenenza, quella dello spettacolo, lamentando – come un Woody Allen che mette alla berlina il jet-set, i salotti hollywoodiani e gli psicanalisti che invece di salvarti le chiappe si buttano dal balcone – un odore di “immondizie musicali”, l’avversione per Ludwig van Beethoven, Antonio Vivaldi e per un altro Frank, Sinatra, sul quale già aveva sparato a zero (ma anche pallottole) Sid Vicious, uno un po’ più trasgressivo di Battiato ma che comunque, quanto a trasgressione, Achille Lauro è Madre Teresa di Calcutta.

Che nell’ancora trasgressivo 1981 la musica contemporanea non gli andasse proprio giù, a Franco Battiato, era noto già dall’anno prima, quando nel primo singolo di un album dalla tiepida popolarità mai sopra il trentesimo posto in classifica (‘Up Patriots to Arms’, da ‘Patriots’), lo sperimentatore siciliano che stava virando alla new wave ne aveva per la politica – facile, chi non ha sparato a zero sulla politica – ma soprattutto per “l’impero della musica”, quello “giunto fino a noi carico di menzogne”, quello dei direttori artistici e degli addetti alla cultura da mandare in pensione e, non ultimi, gli spettacoli coi fumi e i raggi laser e le pedane “piene di scemi che si muovono”.

Fosse nato oggi, che dopo ‘Fetus’ non pubblicheresti ‘Pollution’ – gli esordi dei primi Settanta, il cui ascolto prevede una certa pazienza – oggi che la discografia non gli avrebbe permesso di arrivare nemmeno a ‘L’Egitto prima delle sabbie’ (1978), privandoci di quel capolavoro del pop intitolato ‘La voce del padrone’; oggi che la discografia non gli permetterebbe di prendere per i fondelli la discografia; fosse nato oggi, Franco Battiato si diceva, sarebbe riuscito a trattarci male così bene? Oggi che le galline ancora si azzuffano per niente, oggi che se chiami Bob Dylan “Mr. Tamburino” gli estremisti dylaniani (cit. Erminio Ferrari) ti organizzano una shit storm sui social (“Shit storm”, letteralmente: “Tempesta di cacca”, o “sputtanamento”).

Nel giorno dell’ultimo saluto a Franco Battiato, nella presa di coscienza della perdita musicale, melodico-armonica e culturale tutta; nelle ore dei rimandi all’avanguardia, a Stockhausen, al prog, alla canzone d’autore, alla canzonetta, a cinghiali bianchi, Per Elise e Prospettive Nevski, è un moto di simpatia che ci spinge a scrivere il ricordo di un artista che ha sempre saputo ridere di sé (“Avviso che la prima parte dura 50 minuti, ma sarà come fossero 3 ore...”, disse a Castelgrande nel 2014 presentando ‘Joe Patti’s Experimental Group’, album farcito d’elettronica dal nome di un suo zio pescatore); un artista che se n’è andato come Milva, destinataria di molta sua musica, e cioè lasciando un’immagine pressoché impeccabile di sé in un live dal titolo-epitaffio ‘Torneremo ancora’ uscito nel 2019 e contenente registrazioni con la Royal Philharmonic Orchestra risalenti a due anni prima, un addio dallo stesso effetto astronomico delle galassie che oggi le vedi così (anzi, le ascolti così, perché lo spazio ha un suono), ma potrebbero già essersi spente o quasi.

Prima di ‘Radio Varsavia’, ‘La cura’ e ‘Povera patria’, prima dei mondi lontani di ‘Fogh in Nakhal’ e di altra musica colta, Franco Battiato ci ha risvegliati a colpi di ritornelli retrò, ricicli lessicali e musicali, sindromi dell’epoca d’oro a base di sax, citazioni adattate degli Stones e di Mr. Tamburino e altre memorabilia. Perché nel 1981, in fondo, non era poi così importante capire cosa fosse l’era del cinghiale bianco e nemmeno che la “minima immoralia” fosse “moralia”; le parole suonavano dannatamente bene e poteva anche bastare. E il tizio non bellissimo, evidentemente antipatico, in un outfit tra il bancario e il monaco tibetano, volontariamente o involontariamente buffo nei suoi pochi, replicabili, virali passi di danza di ‘Centro di gravità permanente’ che un giorno avrebbero ispirato Colapesce & Dimartino, era l’antipatia che diventava comicità, nell’amletico dubbio che l’intellettuale in questione, lì e in ‘Bandiera bianca’ – l’elenco delle cose per le quali vale la pena di vivere letto al contrario, a tutt’oggi un manifesto del libero e leggero, anzi, leggerissimo pensiero – ci stesse semplicemente paraculando. ‘Bandiera bianca’, oggi ‘a mezz’asta’ (cit. Medolago).

p.s. “Ha ‘razzolato’, se così si può dire, nella cultura e nella filosofia di tutto il mondo, sempre a caccia di originalità e senza sudditanza verso interessi economici e commerciali. Trovò il successo popolare, con canzoni entrate nella storia, ma suo malgrado, perché una delle sue caratteristiche peculiari era invece rifuggirlo”. Ecco, Renzo Arbore ha detto la stessa cosa in sette righe.

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