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'In Debt we trust' (Keystone)
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14.05.21 - 05:300
Aggiornamento : 18:17

Il trionfo forzato dell'indebitamento

Storicamente il debito ha sempre avuto una connotazione negativa, perché opposto a una filosofia politica e morale di liberazione dell’individuo

Un vignettista ha tolto Dio dal dollaro e l’ha sostituito con Debito. “In God we Trust” (confidiamo in Dio) è diventato “In Debt we Trust” (confidiamo nel Debito). Un capovolgimento, forse più morale, che economico.

Dal punto di vista economico, si avverte comunque che qualcosa non quadra e ha il sapore dell’assurdo. Il totale dei debiti privati, delle imprese e degli Stati (dati dell’Institut of International Finance) è una montagna tre volte più grande del valore della produzione mondiale, della ricchezza che riusciamo a produrre in un anno.  Oggi sarà forse quattro volte più grande, dopo quanto si è ancora aggiunto con la pandemia per evitare il crollo dell’economia. Se, come ci hanno sempre insegnato, la “ratio” (il rapporto) tra i debiti e la ricchezza che crei è un indicatore della salute economica-finanziaria, forse stiamo costruendo sulla sabbia. Oppure anche la ricchezza, pur avendo sostituito Dio, è una grande finzione. È vero, ci si dice che gli svizzeri, in questo rapporto, sono diligenti e buoni allievi. Abbiamo però l’indebitamento ipotecario per economia domestica più alto del mondo (dopo l’Olanda), mentre il venti per cento della popolazione vive in una economia domestica con arretrati di almeno dodici mesi. Siamo parte del sistema, quindi.

Storicamente il debito ha sempre avuto una connotazione negativa. Perché opposto a una filosofia politica e morale di liberazione dell’individuo da tutto ciò che minaccia la sua libertà e autonomia (il debito creava gli schiavi nel’Antichità o privava del diritto il voto nei sistemi censitari perché si presumeva che togliesse l’autonomia di giudizio). Goethe, nel Faust, lo personifica in Mefistofole, il diavolo che consiglia al sovrano di stampare moneta. In fondo, rappresenta quanto capita. Il valore è creato dalla moneta, in tutte le sue forme, piovuta dall’alto. In pratica, dall’indebitamento. Che può essere strumento di politica economica. Tutto dipende però da come lo si usa. Oggi fatichiamo ad esempio a spiegarci come in tempo di crisi pandemica, con il trionfo forzato dell’indebitamento, i ricchi siano diventati ancora più ricchi o come i corsi borsistici abbiano spesso raggiunto le stelle.

Sta di fatto che l’economia mondiale non ha mai prodotto così tanto come oggi. Si scoprono allora due facce della medaglia indebitamento-ricchezza. Da un lato si vede un modo di vita finanziario che, proprio grazie al forte indebitamento, riesce ad appropriarsi con anticipo delle risorse e a trarne enormi guadagni. È vero, alle volte si risolve in avidità che scoppia in mano, come è capitato a certe banche.

D’altro lato c’è un modo di vita economico-sociale che accresce un altro debito, quello con la natura, il quale è difficile se non quasi impossibile da rimborsare. Ma è quello che, volenti o nolenti, ci sta chiamando al “redde rationem”, che è poi la cassa della vita. E i paesi cosiddetti ricchi sono paradossalmente quelli che concentrano la stragrande maggioranza dei debiti e la maggior distruzione delle ricchezze naturali. Forse per questo hanno tolto il saluto a Dio.

 

 

 

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