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Un manifestante con la maschera di Netanyahu vestito da carcerato (Keystone)
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12.05.21 - 05:300
Aggiornamento : 13.05.21 - 18:03

Una superpotenza chiamata Netanyahu

Primo ministro dal 2009, trova sempre un modo per restare in sella. Gli scontri di questi giorni sono l'occasione di evitare processi e declino

“Questo qui chi si crede di essere? Ma lo sa chi è la fucking superpotenza qui?”. Era il 1996. A parlare era il presidente in carica degli Stati Uniti Bill Clinton, oggi strapagatissimo conferenziere e primo mancato first husband della Casa Bianca, fuori dai veri giochi della politica da un ventennio. “Questo qui” era Benjamin Netanyahu. Per tutti Bibi. Primo ministro d’Israele allora, primo ministro oggi, venticinque anni dopo, nonostante una serie infinita di elezioni perse. E allora: chi è la superpotenza, Bill?

Bibi chi?

Netanyahu ha costruito la propria carriera sull’idea dell’uomo forte in un Paese che come pochi ti costringe a familiarizzare in fretta con il concetto di paura. C’è un filo tutt’altro che sottile che lega quel Netanyahu - alla prima esperienza da premier - e questo, alla sua ennesima penultima esperienza da primo ministro. Perché l’ultima sembra non arrivare mai. Sembra sempre la prossima, c’è sempre un motivo perché sia la prossima. E quando il motivo non c’è, lo si può creare. O perlomeno assecondare.


Bill Clinton, Shimon Perese e Benjamin Netanyahu (Keystone)

Nel 1996, a portarlo al potere fu il gesto che tutti ricordano di un uomo il cui nome fuori da Israele pochi ricordano: Ygal Amir, l’estremista di destra che il 4 novembre 1995 uccise Yitzhak Rabin, protagonista degli accordi di Pace con Arafat. Shimon Peres, successore naturale, sembrava dovesse vincere facilmente quelle elezioni, ma una campagna aggressiva da parte di Netanyahu, tutta fondata sulla paura (alimentata da una serie di attentati palestinesi), ribaltò un voto che pareva scontato. Il suo ambiguo slogan era “Per una pace sicura”. Che vuol dire tutto e niente.

L’uomo forte

A rompere il dominio fu un altro uomo forte, Ariel Sharon, che con la sua passeggiata-provocazione sulla Spianata delle Moschee, rubò scena e poltrona al vecchio Bibi. Quella parata scatenò la Seconda Intifada, ma questi sono effetti collaterali che l’uomo forte non solo mette in conto, ma gira a suo vantaggio.

Netanyahu, proprio come Sharon, ha giocato con i simboli, con le armi e con la questione palestinese ogni volta che ha sentito di poter trarne giovamento. L’ha fatto anche questa volta, assecondando una situazione che stava precipitando. Non sarà stato lui a lanciare la pallina impazzita giù dal crinale, non è stato di sicuro lui a fermarne la corsa quando ha capito che quella pallina poteva aiutarlo. Gli scontri in piazza - proprio nella Spianata su cui passeggiò Sharon -, i lanci di razzi palestinesi, i raid israeliani, le sirene, i rifugi e tutta la paura che una situazione del genere alimenta, negli ultimi anni hanno avuto solo una soluzione: per abitudine, riflesso pavloviano e forma mentis. Bibi e la sua “Pace sicura”.


Gli scontri di questi giorni a Gerusalemme (Keystone)

Il processo per corruzione

Netanyahu aveva bisogno di essere la risposta a tutto più che mai: è indagato per corruzione con prove schiaccianti e senza l’immunità da premier rischia grosso; dopo un voto più frammentato che mai era stato nominato per formare un nuovo governo - ennesima scappatoia per succedere a se stesso - ma ha fallito. Si trova con le spalle al muro e lo spettro di un esecutivo guidato dal rivale Yair Lapid, che lo metterebbe ai margini. Il caos di questi giorni, però, lo ha riportato al centro. E lì vuole rimanere. Il problema palestinese per lui, oggi più che mai, è un’opportunità, una soluzione. Personale, molto più che nazionale.

Dell’esito imprevisto delle elezioni post-Rabin del 1996 rimase celebre la frase: “Siamo andati a dormire con Peres, ci siamo svegliati con Netanyahu”. Da dodici anni a questa parte si va a dormire con Netanyahu, si sogna tutt’altro - “Pace sicura” compresa - ma poi ci si risveglia inevitabilmente accanto a lui. Unica certezza di una promessa tradita.

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