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22.02.21 - 06:00
Aggiornamento: 16:25

I soldi, lo sballo, il gioco dello stupro tra Pornhub e Genovese

Di prima mattina, al semaforo, sull’utilitaria davanti a me mi colpiscono i colori squillanti di un adesivo a tutto lunotto: “Pornhub”

di Claudio Lo Russo
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(Keystone)

Al tempo della creativa esteriorizzazione di sé, come non trovare interessanti i messaggi che gli umani inviano al mondo? Qualsiasi scelta facciamo, esprimiamo qualcosa di noi stessi: con i capelli, il corpo, gli indumenti, la più o meno esotica bestia domestica, l’automobile.

Ecco. Di prima mattina, al semaforo, sull’utilitaria davanti a me mi colpiscono i colori squillanti di un adesivo a tutto lunotto: “Pornhub”. D’istinto scruto l’abitacolo al di là del vetro. Vorrei cogliere qualcosa di questo mio simile che, con tale convinzione, porta per il mondo la sua fede in un sito internet di video dal discutibile gusto erotico (verosimilmente inconsapevole del fatto che, come rivelato dal New York Times, molti di essi diffondono e reiterano violenze su minori, nel frattempo finiti depressi, tossici o suicidi). Beh, il portavoce dell’estetica hard 2.0 ha tutta l’aria di essere un maschio maturo, diretto verso un’altra giornata di fatica, tra fabbriche e capannoni, nelle terre di nessuno della piana del Ticino. M’interrogo sulla mutazione antropologica di cui è il prodotto, se, nel volgere di pochi anni, quella che era una piccante quanto legittima evasione domestica si è tramutata in un fatto identitario da manifestare al pianeta ancor prima della propria persona. Mi torna in mente il Bob De Niro alienato e innamorato di Taxi Driver che, al primo appuntamento, non trova di meglio che portare il fiore del suo desiderio in un cinema a luci rosse; e non capisce perché lei se ne vada.

C’è un dettaglio che cattura la mia attenzione negli articoli su Alberto Genovese. Nelle foto il “mago delle startup” esprime sempre a tutta bocca qualcosa di simile a entusiasmo, da stadio rock o da reality show, da copertina social o porno; eccessivo, urlato, al confine fra l’ilare e l’isterico. Da mesi leggo con regolarità le notizie su Genovese, da quando il giudice che ne ha confermato l’arresto ha descritto «un corpo privo di vita, spostato, rimosso, posizionato, adagiato, rivoltato, abusato, come se fosse quello di una bambola di pezza». Il corpo in questione è quello della diciottenne che ha denunciato Genovese di averla drogata e stuprata per venti ore, circa; e che ha turbato i medici che gli hanno prestato le prime cure. Tutto ripreso dalle videocamere che il “mago” aveva ossessivamente disseminato per casa, il cui contenuto ha invano cercato di far cancellare.

Chi lo conosce bene dice che quest’uomo, vendendo la sua idea migliore (il sito di comparazione facile.it), nel tempo di una firmetta è passato da un patrimonio di 100 mila euro a uno di 100 milioni, circa. Che fare, dunque, quando i tuoi sogni di straricchezza si avverano? Quando forse il senso ultimo della tua esistenza si compie prima dei 40 anni? Se l’istruzione è finalizzata a un sapere, una produttività o una creatività misurabili al centesimo, che cosa immaginare con 100 milioni in tasca? Facile. Attico vista Duomo, jet privato, realizzazione del desiderio ultimo del tipo umano da terzo millennio: lo sballo perpetuo. Dunque, finalmente, a ogni ora: champagne a canna da bottiglie magnum, coca a chili su vassoi d’argento, interminabili feste sulla propria Terrazza Sentimento, popolate di “vip” e sconosciuti a scrocco, al termine delle quali consumare pure il corpo di una neo-maggiorenne, candido come la neve e fresco come una vasca di Dom Pérignon, sul quale valorizzare la palestra sentimentale impartita dai migliori siti hardcore… Mentre i ritmi e le incombenze della realtà diventano un fastidio percepibile solo quando ti chiedono, da perfetti sfigati, di abbassare il volume.

Mi chiedo quale sia la storia di un uomo istruito, un laureato alla Bocconi, che in 100 milioni di euro non sa cercare altro che uno stordimento costante; che in una diciottenne vede solo un corpo da esibire, comprare, usare. Di quale cultura è stato nutrito? Che forma, che sostanza ha quell’istruzione buona per affermarsi come uomini di successo, se non di genio? Mentre provo a immaginare questa esistenza, mi chiedo quanti miei simili al posto di Genovese avrebbero agito diversamente. Quanti, in quei 100 milioni, saprebbero cercare qualcosa di più di una maratona dello sballo, emotivamente esasperata e intellettualmente miserevole, possibilmente con un manipolo di vip e modelle da esibire su Instagram.

Quest’uomo, fino a pochi mesi fa modello di sagace imprenditoria, con gli “amici” a Lugano e il conto a Zugo, è un criminale, psicolabile quanto isolato, oppure l’espressione più tragica di un’incultura diffusa? Che solitamente fa i conti con un magro stipendio e si affida ai crediti scoperti per mettere in scena improbabili fughe da sé stessi. Che ha origine in famiglie e su banchi di scuola svuotati di sentimento; e conduce, in utilitaria o in jet, fra una sniffata al cesso e una sessione di onanismo online, dritto in fabbrica o alla Bocconi, su una Terrazza Sentimento (come padrone o come scroccone) oppure a San Vittore.

Mentre provo a darmi delle risposte, il grigiume del paesaggio nostrano mi aiuta a figurarmi una diciottenne richiamata da una festa a base di coca fra maschi di mezz’età e un “mago” milionario in crisi d’astinenza in una cella sovraffollata; intanto l’adesivo colorato viene inghiottito dalle nebbie del mattino.

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