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18.02.21 - 06:00
Aggiornamento: 11:24

La giusta prudenza del Consiglio federale

Il Governo opta prudentemente per una strategia di uscita dal lockdown fatta di piccoli passi. Una scelta ragionevole, viste le numerose incognite.

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Keystone
Parmelin e Berset

Come si vede Alain Berset tra un anno? «Su una terrazza, con una birra». E Guy Parmelin? «Lo stesso, ma con un bicchiere di vino bianco». Alle porte c’è però la primavera 2021, non quella del 2022. E allora i piedi restano ben piantati per terra: «Vorrei potervi dire che siamo alla fine del proverbiale tunnel, ma il tunnel è ancora molto lungo, anche se vediamo la luce al fondo» (il viticoltore presidente della Confederazione); la situazione resta «fragile» (il ‘ministro’ della sanità).

In effetti il momento è delicato. I dati sull’evoluzione della pandemia sono sì «buoni», ma – appunto – una rondine non fa primavera. Le nuove varianti del coronavirus continuano a diffondersi. Non si testa abbastanza. Il tracciamento dei contatti qua e là balbetta sempre. Fanno difetto informazioni affidabili sui luoghi di contagio. E la campagna vaccinale non avanza al ritmo sperato.

Ha fatto bene dunque il Consiglio federale a non pigiare sull’acceleratore. A optare – nonostante l’enorme pressione sulle sue spalle – per una riapertura cauta, mirata e graduale delle attività economiche e sociali messe in letargo quest’inverno, con un occhio di riguardo per i giovani. Ha fatto bene anche a dettare una cadenza ragionevole (un mese anziché le 2-3 settimane sperimentate finora, insufficienti per valutare al meglio l’effetto delle misure decise) ai passi previsti dal piano di uscita dal semi-confinamento. E a subordinare a tutta una serie di indicatori il via libera alla seconda fase della riapertura, dal primo aprile.

Levare subito o quasi tutte o buona parte delle restrizioni in vigore, come chiedono in particolare gli ambienti economici e l’Udc, sarebbe irresponsabile. Forse qualcosina in più si poteva concedere, quantomeno per quelle attività (come cinema e teatri) che non presentano eccessivi rischi di contagio e per le quali sono stati messi a punto rigorosi concetti di protezione. Ma al di là di possibili, auspicabili e puntuali correzioni di tiro, la rotta è quella giusta. La sicurezza viene prima della velocità.

Abbiamo già visto lo scorso anno cos’è successo quando si è voluto riaprire praticamente tutto allo stesso tempo e poi si è dormito sugli (apparenti) allori estivi. Ripetere quell’errore adesso sarebbe fatale: un effetto yo-yo, con una terza ondata di contagi e conseguenti nuove chiusure, sarebbe deleterio non solo sul piano epidemiologico, ma anche per l’economia e la società.

Lo scenario non è per nulla irrealistico. Alain Berset non ha nascosto che anche le prime, timide riaperture annunciate per il primo marzo (negozi, musei, impianti sportivi e per il tempo libero) comportano «un certo rischio». Un rischio «calcolato», che si potrà gestire – oltre che con le usuali regole di igiene e di comportamento – pure con adeguati piani di protezione, che però vanno applicati e fatti rispettare. Bisognerà poi testare più sistematicamente, ha ribadito Guy Parmelin. Anche perché non è affatto sicuro che tutti coloro che lo vorranno saranno vaccinati già entro l’estate.

Un’uscita lenta dal lockdown, però, va compensata con aiuti congrui e versati rapidamente. Ieri il Consiglio federale ha messo un’altra volta mano al portafoglio. Ma a contare non è solo l’entità del sostegno alle aziende e ai lavoratori in difficoltà. Adesso è più che mai urgente colmare le lacune esistenti e recuperare il ritardo accumulato, tra l’altro nell’accesso ai fondi per i casi di rigore e nella copertura integrale del salario in caso di disoccupazione parziale per le persone a basso reddito.

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