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13.02.21 - 06:00

La povertà è una colpa (non solo se sei straniero)

Presto tornerà in Gran Consiglio la proposta di subordinare le naturalizzazioni a un periodo di dieci anni senza assistenza

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(Ti-Press)

La povertà è una colpa. Così pare pensarla una parte maggioritaria della politica svizzera e cantonale, che ha inasprito i criteri per la concessione dei permessi di soggiorno e delle naturalizzazioni, facendo pesare in modo preponderante il conto in banca di chi li richiede. Ultima conferma: la proposta di riservare la concessione della nazionalità a chi per dieci anni non ha ricevuto soldi dall’assistenza, o quantomeno li ha restituiti.

L’iniziativa che a fine mese tornerà a essere discussa in Gran Consiglio ha un valore perlopiù simbolico: il criterio dell’indipendenza economica è già cruciale per ottenere un permesso di soggiorno, per cui la scrematura – meglio, il darwinismo sociale – s’impone già prima. In questo caso, Bellinzona ha deciso di strafare rispetto ai tre anni d’indipendenza economica già richiesti da Berna. Un po’ perché alla frontiera prendersela con lo straniero fa sempre comodo, un po’ perché si condivide lo stesso giudizio di valore: può dirsi integrato, e dunque degno di essere chiamato svizzero, solo chi non pesa sulle casse della Confederazione. Gli altri dimostrano scarsa “responsabilità” e sono propensi ai “raggiri”, termini ricorrenti anche in aula durante il desolante dibattito di un anno fa.

Da allora, e mentre la commissione parlamentare lavorava alla questione, è arrivata la pandemia. Ne seguirà un lungo periodo di difficoltà economiche, fallimenti e disoccupazione. Con una prospettiva così poco rassicurante, qualcuno ne approfitta già per colpevolizzare ulteriormente gli stranieri, trattati non solo come untori, ma anche come potenziali concorrenti per l’assistenza. Meglio allora liberarsene in ogni modo, come mostrano anche le ultime naturalizzazioni negate a Lugano senza neppure fornire una giustificazione.

Attenzione, però: se nella legge s’incista il principio che definisce integrato solo chi può mantenersi, logica vuole che prima o poi questo sarà imposto anche agli svizzeri. La presunzione di colpevolezza per chi non arriva a fine mese è già implicita nell’accesso alle prestazioni sociali anche per molti ur-ticinesi, con un iter divenuto sempre più un percorso a ostacoli. Dietro alla demonizzazione dello straniero si nasconde insomma quella del “perdente”, del “fallito” tout court, anche se decenni di studi sociologici ed economici dimostrano lo scarso legame tra successo e mera buona volontà.

Chissà se i rappresentanti dei partiti ‘borghesi’ che vanno dietro alle proposte leghiste lo fanno per pavidità o perché ci credono davvero. Se temono, opponendosi a certe scelleratezze classiste, di finire con nome e cognome sul Mattino come ha già promesso il suo direttore; o se invece pensano davvero che insomma, ci sono in giro troppi parassiti.

Poco importa. Importa di più il rischio di aggiungere, all’incattivimento da pandemia e da crisi, l’astio tra poveri “nostri” e “loro”. Lo scenario preferito per gli agitatori da tastiera e per chi resta al comando approfittando del divide et impera, insomma per la parte più deteriore della classe dirigente. È forse con questo rischio in mente che nel preambolo della Costituzione fu scritta una bella frase: “La forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri”. Oggi si passerebbe per buonisti.

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