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28.12.20 - 11:42
Aggiornamento: 16:57

Calcio e chitarra all'oratorio quando era scuola di vita

Fede e spiritualità sono sempre meno importanti nell'educazione dei figli, un adolescente su tre non ha una religione

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Vite da oratorio strappate ai social (Ti-Press)

Svizzeri sempre più lontani dai banchi delle Chiese. Più di sette svizzeri su dieci hanno un’appartenenza religiosa, ma calano i fedeli che credono in Dio, un elvetico su quattro si affida ad una sorta di forza superiore. Un bel cambiamento rispetto a 50 anni fa quando quasi tutta la popolazione svizzera era protestante (da 49% all’attuale 23% ) o cattolica (da 47% a 35%). Chi è senza una religione è passato dall'1% al 28%. Anche la pratica non è proprio da record. La maggioranza prega almeno una volta all'anno, un quarto partecipa a 5 funzioni l’anno. Questa fotografia dell’Ufficio federale di statistica rileva infine che fede e spiritualità sono sempre meno importanti nell'educazione dei figli. Il 44% dei genitori preferisce trasmettere altri valori. Di conseguenza un ‘teenager’ su tre oggi non ha un'appartenenza religiosa. Complice forse l’abbruttimento da play station e degli onnipervasivi social, pochi frequentano l’oratorio, non un luogo di proselitismo ma uno spazio sociale di incontro e scambio dove ciascuno, tra canzonette, calcetto e altri giochi, si sente accolto e parte di una comunità. Il parroco, di regola giovane, è come un fratello maggiore, non fa sermoni, ma c’è per un buon consiglio. Ricordo con affetto gli anni all’oratorio di Bellinzona, dove ho stretto belle amicizie in un ambiente sano, gioioso e stimolante. Una sorta di scuola di vita. Il parroco, paziente e generoso, era un esempio virtuoso per noi adolescenti. Osservandolo, si poteva imparare. Sapeva trasmettere quei valori della buona convivenza e della generosità disinteressata, senza tediare troppo con predicozzi. Mi auguro che altri giovani possano continuare a fare queste esperienze, anche se oggi i luoghi di aggregazione sembrano diventati più virtuali, impalpabili e forse anche (ed è un peccato!) orfani di esempi virtuosi.

Scoprire che si predica una cosa e se ne fa un’altra, ha allontanato alcuni dalla Chiesa (ma forse non dalla fede!). Non hanno aiutato i numerosi scandali di abusi sessuali in sacrestia, ma soprattutto come sono stati malgestiti in passato, spostando i preti coinvolti senza condannarli e curarli, senza tutelare altre future vittime. Non aiutano gli scandali economici che hanno travolto di recente una parte del Vaticano. In Ticino ci ha colpito una certa solitudine. Pensiamo alla desolazione che regnava nell’appartamento di monsignor Azzolino Chiappini, la polizia ha dovuto fare lo slalom tra una miriade di scatoloni, pacchi di indumenti e scarpe nuove, molti dei quali ritrovati ancora chiusi. L’alto prelato non faceva entrare nessuno a casa sua. Eppure abitava a due passi dalla sede vescovile. Una solitudine cercata e ‘tollerata’ e giustificata che fa riflettere.

Ci siamo chiesti quanta solitudine accompagna oggi i preti? Anche loro devono fare i conti con luci e ombre del loro ruolo. Devono in un qualche modo scendere dal piedistallo. La sfida è elevata come ci spiegano sei parroci ticinesi. C’è chi arriva a parlare del rischio di un’eutanasia passiva (se si aspetta troppo senza fare nulla) ed esorta a ripensare il ruolo del parroco, ad aprirsi al nuovo. Ad esempio coinvolgendo i laici in una condivisione di responsabilità. Andare oltre il prete- centrismo per aprirsi a nuove salutari forme di collaborazione.

Forse i tempi oggi sono maturi. Complice la pandemia che ci mette davanti alla fragilità di chi siamo e quanto abbiamo, nella martellante evidenza che possiamo perdere tutto in un istante, più di una persona sta facendo i conti con le personali incertezze. Dentro e fuori dalle parrocchie. 

 

 

 

 

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Noi parroci, ‘dobbiamo aprirci al nuovo’... per sopravvivere

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