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La natura si riprende i suoi spazi (Archivio Ti-Press)
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12.09.20 - 06:000

Il Lockdown e la sfida climatica

Durante il confinamento la natura si è ripresa i suoi spazi? Non è così semplice. E, spiegano gli esperti, l'impatto sul riscaldamento globale è minimo

Sono immagini che abbiamo visto tutti, nei giorni del Lockdown: il miglioramento della qualità dell’aria, con le mappe colorate sui livelli di inquinanti nelle varie regioni del mondo che passano dal preoccupante rosso ai rassicuranti blu e verde, fotografie di cieli e acque incredibilmente limpidi, animali che improvvisamente liberi dalla ingombrante presenza umana vagano in luoghi più o meno naturali. Immagini così popolari da diventare perfino oggetto di parodie e fotomontaggi, con coccodrilli che nuotano nei canali veneziani e l’aria così tersa che finalmente in cielo si vede il logo della Universal Pictures.

“La natura che si riprende i suoi spazi” o addirittura “che guarisce”: è una bella immagine che ci invita, anche in questi momenti dove l’attenzione è comprensibilmente per l’emergenza sanitaria, a riflettere sull’impatto delle nostre attività sull’ambiente. Poco male che con questa immagine si rinforzi una visione ingenua e idealizzata del rapporto tra uomo e natura, con l’idea di un equilibrio della natura che l’ecologia, intesa come scienza e non come attivismo, ha superato da tempo. Il vero problema è un altro: al di là delle impressioni di “rinascita” che abbiamo avuto, gli effetti del Lockdown sul riscaldamento globale sono stati molto contenuti. Certo nelle settimane di chiusura – parziale, non solo perché molte attività sono rimaste aperte, ma perché anche chiusi in casa si continua a consumare risorse – c’è stato un miglioramento di alcuni indicatori, ma è stato un effetto temporaneo, come si è spiegato in un convegno organizzato dall’Istituto scienze della Terra della Supsi (vedi articolo a pagina 12). Possiamo stimare l’effetto a medio termine del Lockdown in un abbassamento della temperatura globale di circa 0,01 gradi. Un centesimo di grado appena. Perché determinante, più che la produzione di gas serra, è il loro accumulo nell’atmosfera, in corso da oltre un secolo: abbiamo momentaneamente stretto il rubinetto di una vasca da bagno quasi piena, ingenuo aspettarsi effetti sul livello dell’acqua.

Se pensiamo agli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima, ci vorrebbe un centinaio di pandemie e relative chiusure per rispettarli. Quando a stento stiamo facendo fronte alle conseguenze sociali ed economiche di una. Un calcolo sconfortante, ma per fortuna ingenuo tanto quanto aspettarsi di salvare il pianeta chiudendoci in casa per qualche mese. Non è così che possiamo, e dobbiamo, affrontare il riscaldamento globale.

Eppure, come ha spiegato al convegno il responsabile regionale di MeteoSvizzera Marco Gaia, questo Lockdown può insegnarci alcune cose sul clima. Innanzitutto quanto il nostro impatto sull’ambiente sia importante e duraturo; quanto gli obiettivi di Parigi siano ambiziosi. E, soprattutto, che come umanità siamo in grado di affrontare, più o meno unita, sfide a prima vista impossibili. Come gestire una pandemia e, si spera, contenere gli effetti del cambiamento climatico. Rispetto al Covid-19, il riscaldamento globale ha il problema di essere più sfuggente, apparentemente meno urgente. E forse il ricordo di un cielo terso durante il Lockdown può aiutarci.  

 

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