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Bye bye Us Open. Keystone
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07.09.20 - 21:530

L'ossessione di Djokovic, campione che non sa essere leader

Il gesto che gli è costato la squalifica dall'Us Open, evidenzia la fragilità del numero uno, in costante competizione con l'adorazione di cui godono Federer e Nadal

Alzi la mano a chi, tra i cosiddetti tennisti della domenica, non è mai salito il nervoso alla testa per l’ennesimo rovescio lungo di un metro, un game di servizio perso contro il socio di partitella, lo smash morto in rete. E alzi la mano chi, causa suddetto nervoso, non abbia mai testato la resistenza della propria racchetta agli urti con il suolo, messo alla prova la solidità della rete di cinta o tentato di stabilire il record del club di lancio della pallina da tennis. Chi si cimenta - anche in modo amatoriale, ma non per questo con meno competitività e voglia di fare bene - con questo sport, per il quale l’aspetto mentale è tanto importante (quando non di più) quanto il talento, la forma fisica, la tecnica, la tattica, la volontà, sa che pure la persona più ragionevole, pacata, educata nella vita ‘normale’, quando scende in campo può perdere la ragione. Foss'anche l'attimo di un gesto d’istinto, dettato dal sopraccitato nervoso, senza la benché minima intenzione malevola. 

Capita, di perdere il controllo. È capitato a tanto di professionisti e ieri agenzie di stampa, mass media, ‘twitteri’, 'instagrammer' e frequentatori di social vari, non hanno mancato di ricordare i precedenti più o meno illustri di giocatori squalificati da tornei a causa di comportamenti scorretti. Capiterà ancora, ma quanto accaduto domenica nel silenzio dell’Arthur Ashe Stadium deserto e portato dalle tv nelle case di milioni di spettatori, ha del clamoroso e lascerà sul suo protagonista (involontario unicamente nel senso che ovviamente non voleva colpire intenzionalmente la giudice di linea) un’ombra che qualcuno gli ricorderà fino a che campa. Sportivamente parlando, e forse non solo. Clamoroso non è tanto il gesto - vietato dal regolamento e tant’è, poi si potrebbe discutere all’infinito sulla sensatezza della norma -, bensì il suo autore. Novak Djokovic è il giocatore che la classifica attuale piazza davanti a tutti; ha in bacheca diciassette titoli dello Slam e una pletora di altri trofei che la maggior parte di noi può solamente sognare; a New York era talmente favorito da togliere quasi interesse al primo ‘major’ dopo il lockdown, o perlomeno un po’ suspence. Perché certo, ogni partita è una storia a sé e ogni torneo va conquistato; ma la superiorità del serbo, imbattuto nel 2020 in cui ha messo in fila ventisei vittorie, era quasi imbarazzante. Del resto Novak Djokovic, per sua stessa e reiterata ammissione (“gioco per i record”), è un tennista in missione: mira a superare presto i rivali Rafael Nadal e, soprattutto, Roger Federer, che con rispettivamente diciannove e venti trofei gli stanno davanti nella contabilità di tornei Slam portati a casa. Scavalcarli e diventare il più titolato di sempre, è il suo obiettivo dichiarato e peraltro nulla vieta a un atleta di essere mosso dai 'soli' numeri. I suoi sono già impressionanti e nessuno gli può, né vuole, negare una dimensione sportiva riservata a pochissimi. Né qualcuno potrà, e vorrà, diminuirne la grandezza, se dovesse sbaragliare la concorrenza; cosa per cui possiede tutte le capacità. A prescindere dai nostri gusti per lo stile (o assenza di stile) del suo tennis. A prescindere dalla simpatia o antipatia che può suscitare. Del resto un campione non deve per forza assomigliare all’amico che vorremmo. Però più dei suoi non sfrenati ammiratori - che l’intera famiglia Djokovic, a scadenza più o meno regolare, accusano di essere ingiusti e ingrati, e di continuare a preferire Rafael Nadal e Roger Federer -, se lo inculchi in testa lui stesso: Novak, per gli amici Nole, è già immenso e dal punto di vista tennistico, non si deve affannare a dimostrare chissà cosa. 

La pallinata alla giudice di linea (peraltro non il suo primo gesto di stizza) ha scalfito l’immagine, già controversa, di un atleta che vive malissimo una sorta di santità sportiva alla quale (per le loro imprese in campo, ma anche per la personalità e la caratura) sono stati innalzati Roger Federer prima, Rafael Nadal dopo, ma che spesso si sabota da solo. Djokovic ha forza di carattere e potenziale per tornare dopo questo episodio, vincere ancora e tanto. Ma “resterà il cattivo per sempre” e se a dirlo è John McEnroe, forse c’è da crederci. A differenza del bizzoso statunitense, però, che il personaggio dell'irascibile l’aveva costruito con cura, il serbo mal sopporta un grado di popolarità che non sfiora nemmeno gli status dello spagnolo e dello svizzero. Da qualche tempo ha individuato nei record da infrangere il modo per assurgere a leggenda più leggenda degli altri due. Un bisogno di approvazione diventato ossessione, che lo porta  a rendersi protagonista di scelte discutibili, quando non di comportamenti insensati. La disastrosa organizzazione dell’Adria Tour in pieno lockdown, divenuta focolaio di coronavirus (al quale lui stesso è poi risultato positivo); la creazione di un nuovo sindacato dei giocatori dai contenuto e scopi non ancora ben chiari, mettendosi contro, tra gli altri, proprio Nadal e Federer; l'espulsione dall’Us Open - per citare gli ultimi episodi in ordine di tempo -, mal si conciliano con la posizione che a suo modo di vedere non gli è riconosciuta. Spiegazioni come “l’ho fatto in buona fede” (organizzare l’Adria Tour) e “è stato involontario” (colpire la giudice di linea) appaiono infantili, se non proprio di facciata, e relativi “mi dispiace” delle scuse timide e di circostanza. 

Nessuno chiede ai più grandi di essere perfetti, qualunque cosa s’intenda con perfezione. E uno svarione clamoroso come quello di domenica a New York, si potrebbe perdonare anche al numero uno; all’interno di un dibattito che rimane aperto, sul fatto se da un campione ci si debba aspettare che sia un modello di comportamento, oltre che di gesta. Uno sportivo, anche il più bravo di tutti, resta un uomo (o donna, a scanso di equivoci). Non lo deve mai dimenticare il tifoso, non di rado implacabile con le svirgolate degli atleti. E non lo deve perdere di vista lo sportivo. Leader non si diventa chiedendolo ai quattro venti, talvolta in modo scomposto e arrogante; men che meno cercando di costringere le persone a riconoscerti come tale. La capacità di essere un leader, è una qualità che si possiede oppure no. Come l’empatia, non la si costruisce a tavolino e men che meno la si esige. È, semmai, la conseguenza di un modo di essere, di fare e di porsi, senza calcoli né mire di sorta. 

Novak Djokovic non avrà problemi a saldare le eventuali multe che gli verranno date perché con una pallina ha colpito alla gola una giudice di linea, né patirà troppo il mancato incasso del lauto montepremi che spetta al vincitore dell’Us Open. E forse ha solo rimandato di poche settimane l’occasione di compiere un altro passo, verso la conquista del record che tanto gli sta a cuore. Ma potrà trovare una posizione nella storia più confacente alla sua dimensione, se e quando smetterà di rincorrerlo affannosamente. Per i due posti in prima fila, però, è troppo tardi da tempo.

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