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16.07.20 - 06:000

Siamo nati tutti a Mendrisio

I momò hanno in comune la Maternità. Privarne il Distretto sarebbe un po' come tagliare le radici. E da queste parti non ci stanno

Luogo di nascita? Mendrisio. Nel Mendrisiotto tutti (o quasi) sono nati nel capoluogo del Distretto. O almeno era così sino a qualche anno fa. Diversi per attinenza, i momò avevano e hanno, in effetti, un tratto distintivo comune: aver emesso il primo vagito in una delle sale parto di... casa. Per chi è ormai stabilmente negli anta quelle della vecchia Maternità; per i più giovani negli spazi protetti del Dipartimento donna-bambino, peraltro l’unico in Ticino. Insomma, da queste parti le partorienti avevano e hanno un chiaro punto di riferimento. In un avvenire nemmeno così lontano, però, questo caposaldo potrebbe venire meno. Le future mamme potrebbero vedersi costrette a uscire dai confini della regione per mettere al mondo i loro figli. E la sola idea ha già fatto sobbalzare la politica locale, e non solo. Sin qui, a livello pubblico, dai piani alti delle istituzioni – a esporsi in prima persona il direttore del Dss Raffaele De Rosa – sono arrivate delle rassicurazioni. Ma dentro le stanze riservate degli incontri fra i vertici dell’Ente ospedaliero cantonale e dell’Obv e la deputazione del Mendrisiotto – si legga la riunione a tu per tu dell’8 luglio di cui abbiamo riferito – le impressioni sono tutt’altre. Le voci dei granconsiglieri, alla testa il primo cittadino del cantone Daniele Caverzasio, ce lo confermano. A prevalere sono piuttosto sentimenti di preoccupazione e stupore (oltre a qualche arrabbiatura).

Del resto, i primi a dover credere nella necessità di garantire al Distretto i suoi servizi, interdipendenti, di ostetricia, neonatologia e pediatria sono proprio i responsabili di Obv e Eoc. Il punto è che la direzione ha fatto capire ben altro ai parlamentari. Se i numeri non risponderanno alle aspettative, il reparto chiuderà. Con buona pace dell’ospedale multisito. Per farlo, sia chiaro, occorrerà mettere mano alla pianificazione ospedaliera cantonale; certo è che la riorganizzazione dettata dal Covid-19, che ha imposto di trasferire l’ostetricia da Mendrisio a Lugano, potrebbe aver rafforzato l’idea che si può fare. I numeri evocati restano: è indubbio. Quelli allineati a bilancio e quelli dei parti, in calo costante negli ultimi anni. Al Beata Vergine si è passati dalle 391 nascite del 2017 alle 270 del 2019. E queste, viste dalla direzione, sono cifre che pesano. C’è da chiedersi: basta per giustificare la chiusura di un servizio di base?

Nel linguaggio della politica sanitaria la ‘massa critica’ è imprescindibile per assicurare cure di qualità. Ma come potrebbe ricordare facilmente una levatrice, il parto non è una malattia: è un evento fisiologico. Ecco che poter contare su una ostetrica di prossimità agli occhi delle donne rappresenta una strategia auspicabile. Se è vero (e i politici locali ne sono ben consapevoli) che è importante concentrare in una struttura altamente specializzata le gravidanze ad alto rischio, è altrettanto cruciale non allontanare le ‘piccole maternità’ dalla gestanti; private pure della possibilità di scegliere di partorire a casa propria. Tra chi lavora a stretto contatto con le mamme di idee per il futuro del reparto non mancano (perché non attingere, ad esempio, all’esperienza delle case della nascita?). Una cosa è certa, il Mendrisiotto non rinuncerà tanto facilmente alla ‘sua’ maternità. In gioco c’è pur sempre la sanità pubblica.

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