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DISTRUZIONI PER L'USO
15.07.20 - 06:200
Aggiornamento : 08:20

Statue e violenza: indignarsi è sbagliato (e ipocrita)

Sui media ticinesi non passa quasi giorno senza che qualcuno si dica angosciato per l''iconoclastia' afroamericana. Fate un bel respiro

Iconoclastia. Distruzione del passato. Sinistro presagio di un occidente che odia se stesso. È con questi toni angosciati che su certi media ticinesi vengono descritti, ormai giornalmente, l’abbattimento delle statue dall’altra parte dell’Atlantico e le presunte colpe di chi cerca di giustificarlo. C’è chi vi vede il segno d’una distopia orwelliana che ci lascerà senza memoria, chi si chiede che ne sarà del Colosseo, chi ancora scuote la testa come un medico condotto davanti agli esami del sangue d’un liberalismo in articulo mortis. Non così in fretta.

Intanto, i fatti. Le statue che molti attivisti della causa afroamericana vogliono rimuovere rappresentano spesso icone inconfondibili del razzismo bianco. Il generale Lee, ad esempio, guidò le forze confederate in una guerra civile combattuta al solo scopo di preservare la schiavitù. Neppure Colombo fu solo l’esploratore che scoprì il nuovo mondo, indomito eroe ingiustamente accusato per via dello schiavismo che sarebbe seguito poi (tanto che lamentarsene “sarebbe come mettere sulle spalle dell’ignoto inventore della polvere da sparo il peso di tutte le uccisioni perpetrate con armi da fuoco”, scrive un commentatore locale particolarmente ignaro). In realtà Colombo catturò, deportò, mutilò, torturò migliaia di indigeni, molti ne ridusse a schiavi, introdusse sull’isola di Hispaniola i lavori forzati. Molti storici lo ritengono corresponsabile del genocidio dei nativi Taìno, poi estinti.

Si capisce dunque che chi contesta le statue non persegue l’oblio storico: al contrario, è proprio la memoria che spinge un afroamericano ­a passare di fronte a certi monumenti con lo stesso umore di un italiano – ormai non tutti, ahimé – davanti a un busto di Mussolini. E già che ci siamo, chi parla di cancellazione della memoria mi pare ne possieda una particolarmente selettiva: non leggo indignate denunce per la rimozione delle statue di Lenin nelle ex repubbliche sovietiche, o di quelle di Stalin nella Russia di Chruscev.

L’altro grande gruppo della squadra restauratori – quello più istruito, senza dubbio – si oppone all’abbattimento con argomenti più sottili. Alcuni scorgono, in chi difende o almeno cerca di spiegare certi gesti, la cifra d’un Occidente che odia se stesso, divenuto più o meno improvvisamente illiberale. Eppure l’abbattimento dei simboli di un potere oppressivo innerva tutta la storia occidentale, e spesso ha accompagnato vigorose spinte progressiste. Non a caso dalle città tedesche sono del tutto scomparsi i simboli nazisti (nonostante questo, peraltro, nessuno si dimentica di Adolf Hitler). Nulla di più occidentale, insomma, del liberarsi dalle pietre schiaccianti d’un passato insopportabile.

Certo, si tratta di atti violenti. Di più: la questione della violenza – reale, retorica, in effigie – investe il movimento ‘Black lives matter’, raggiungendo la ben maggiore gravità degli atti di teppismo visti in molte città americane. Ma è farisaico pretendere che a secoli d'oppressione non seguano episodi di violenza, e ancora una volta basterebbe la storia europea a capire che la dicotomia tra violenza e libertà è spesso posticcia. Soprattutto, quella violenza diventa inevitabile se ci dimostriamo sordi alle istanze di chi da secoli subisce i nostri torti; una dinamica ben descritta da Frantz Fanon ne ‘I dannati della terra’ e che dovremmo conoscere già dal passato coloniale europeo, purtroppo quasi ignorato perfino a scuola.

Proprio quella sordità si riafferma con la facile indignazione, col paventare davanti a due busti rovesciati la disgregazione di una civiltà dai contorni più immaginari che reali. È un riflesso comprensibile, per certi versi pavloviano, ma proviamo a metterci nei panni degli ‘altri’ per capire come potrà essere interpretato: probabilmente come l’eterno invito – denunciato dallo stesso Fanon – “a restare al proprio posto, a non oltrepassare i propri limiti”. Non è partendo da queste posizioni di retroguardia che la discussione sul razzismo e i diritti civili potrà avanzare di qualche metro.

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