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26.06.20 - 06:00
Aggiornamento: 08:02

'Bravate' e disattenzioni mortali in stazione

Quei destini che si incrociano sulle rotaie portando sofferenza in tante famiglie.

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Mesi fa ero su un diretto per Zurigo, arrivati a Thalwil il treno ha frenato violentemente e si è fermato in stazione. Un gran brulicare di polizia, che freneticamente delimitava l’accesso alla stazione, lasciava intuire che cosa era successo. Qualcuno era finito sotto il treno. Con le porte chiuse e poche istruzioni, l’unica soluzione era armarsi di pazienza. Il mio primo pensiero è stato per la vittima e subito dopo per il macchinista, uomo o donna che fosse. Quella mattina, un giorno come tanti, era andato al lavoro, ignaro di quello che gli sarebbe successo. Dunque le vittime erano almeno due, una era chi guidava il treno. Il suicido la disattenzione di una persona avrebbero avuto conseguenze anche sul macchinista che forse, dopo questa brutta esperienza, non avrebbe più messo piede su una locomotiva. Destini che si erano incrociati come fossero legati da fili invisibili. Come invisibili ai più sono loro e le loro storie.

Infatti, per tanti anni il tema della morte sulle rotaie in ferrovia è stato un tabù che si viveva piuttosto da soli. Ora la mentalità è cambiata, c’è più formazione e più sostegno, i macchinisti non vengono lasciati soli, ma comunque non se ne parla volentieri. Quanti di loro hanno dovuto cambiare lavoro dopo drammi simili, perché non ce la facevano più a guidare? Come si gestisce un peso simile e il senso di impotenza? Come vengono aiutati? Rispondono i diretti interessati nella panoramica; quattro storie di chi ha dovuto superare momenti drammatici e anche inchieste penali o accompagnare colleghi più sfortunati.     

Proprio grazie alla battaglia legale di un macchinista ticinese affiancato dal sindacato Sev, questi drammi oggi vengono considerati infortunio professionale coperto dalla Suva e non più malattia. Una bella vittoria soprattutto per chi dopo un dramma sui binari deve cambiare lavoro.

Il senso di impotenza è il tratto comune di queste storie. Chi sta sulla locomotiva, quando vede un pericolo sui binari, spesso non lo può evitare. E in caso di incidenti quello che resta appiccicato addosso è questo senso di impotenza. Un merci che viaggia a 100 chilometri orari necessita di almeno un chilometro per fermarsi. Spesso questo spazio non c’è. E il macchinista non può fare nulla per evitare la tragedia. 

Si capirà quindi tutta la frustrazione di chi dalla locomotiva vede sempre più atteggiamenti irresponsabili. Come le ‘bravate’ di chi simula di gettarsi sotto il treno senza pensare che il treno può risucchiarti nella sua scia. ‘Molti giovani si prendono gioco di noi fingendo di buttarsi sotto oppure strattonano qualche compagno pensando di fargli uno scherzo”, raccontano i macchinisti. Per non parlare di chi scende dal treno e attraversa i binari senza guardare se nella direzione opposta arriva un diretto. Davvero troppa disattenzione, complici le cuffiette che impediscono di sentire il fischio del treno; i cellulari che ipnotizzano le persone rendendole disattente; zaini e ombrelli che sporgono dalla linea bianca arrivando a sfiorare i treni in transito.

Dalla locomotiva, loro vedono tutto, si agitano, ma non possono fare quasi nulla, se non fischiare. “Il treno non si ferma subito ed è bene che la gente lo capisca bene”, ripetono i nostri interlocutori.  Quando il macchinista vede un ostacolo sui binari frena ma è troppo tardi per evitarlo. Purtroppo i casi sono tanti, l’ultimo qualche settimana fa, quando a inizio giugno una bimba di 22 mesi è stata investita da un treno alla stazione di Würenlos in Argovia, morendo poi all’ospedale. Anche le recenti cronache hanno purtroppo riportato casi in Ticino di giovani, con le cuffiette nelle orecchie, travolti dal treno in stazione per una distrazione.  

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