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La domanda della settimana (Ti-Press)
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05.05.20 - 19:490

Mandare o meno i figli a scuola?

Sì, è una questione di giustizia sociale e, una volta garantita la salute, deve partire con determinazione dalle istituzioni scolastiche e dal corpo docenti!

Mandare o meno i figli a scuola? È la domanda della settimana, che tante famiglie si stanno ponendo dopo quasi un paio di mesi di scuola a distanza. Mesi che hanno messo tante famiglie sotto pressione per mancanza di competenze, ma anche perché in talune sedi i programmi e la tempistica potevano/dovevano essere gestiti meglio. Ripartire dunque con la scuola in presenza? Difficile dare una risposta tassativa e valida per tutti. Ci saranno famiglie coi genitori un po’ in là con gli anni che si chiedono se valga la pena esporsi al rischio di contagio per una manciata di settimane. E li capiamo. Come capiamo quei docenti che - tanto per citare un altro capitolo delicato - sono in cura e si ritrovano con le difese immunitarie basse. Giusto non esporli a possibilità di contagio.

Ma quello che succederà ora, a partire da lunedì, è quello che avverrà bene o male anche fra qualche mese, a settembre all'avvio del nuovo anno. Da lunedì una fetta consistente di attività riparte e con essa, anche una componente importante della nostra società quale la scuola, deve/dovrebbe fare altrettanto. Una scuola che anzi, deve/dovrebbe sentire il dovere civico di dire ‘sì, la scuola è ai blocchi di partenza ed pronta per ripartire in presenza’, pur fra mille difficoltà dettate dalle misure di salvaguardia della salute. Del resto non esiste una ricetta alternativa. La nuova normalità è questa e vogliamo prendercela. O almeno provarci. Tutti siamo tenuti a tenere le distanze sociali, tutti siamo tenuti a lavarci le mani, e saremo tenuti a farlo per mesi e mesi, forse anni.

Perplesso e deluso

Quello che, nel legittimo dibattito sorto, mi ha lasciato perplesso, anzi, a dire il vero, deluso nei ragionamenti avanzati da alcuni docenti oppostisi alla riapertura è il fatto di aver messo tranquillamente i buoi davanti al carro. Come se tutto, in vista di lunedì 11 maggio, dovesse essere iper-problematizzato. Non che i problemi non ci siano, certo che ci sono. Ma vanno affrontati e, nel limite del possibile, anche risolti. Ecco i principali: educare, o se preferite sensibilizzare i più piccini (chi va all'asilo o frequenta le prime classi delle elementari), considerare chi ha problemi dovuti all'età avanzata o alla mancanza di difese immunitarie. E poi c'è il nodo dei trasporti: avrebbero fatto bene a dire subito che la mascherina va messa punto e basta. E non che va indossata solo se non possono essere garantite le distanze sociali. Scusate: ma come si fa a saperlo in anticipo? Praticamente impossibile.

Diritto allo studio

Ma una volta trovata una strategia, il diritto sacrosanto allo studio deve tornare prioritario all’interno di una scuola di tutti (e non a distanza), vuoi con classi dimezzate, entrate scaglionate, senza pause, e anche permettendo ai ragazzi più deboli (spesso già con genitori in difficoltà o incapaci di seguirli) di avere le medesime possibilità di formazione dei più fortunati. È una questione di giustizia sociale, la cui concretizzazione, una volta garantita la salute, deve partire con determinazione dalle istituzioni scolastiche e dal corpo docenti. La missione è importantissima. La scuola non è un’opzione e non vale meno dell’economia. Anzi, lasciatecelo scrivere, vale di più.

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