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16.04.20 - 06:300

Trump, overdose di sfacciataggine!

Quando si tocca il fondo, non è detto che si sia finito di sprofondare...

Quando si tocca il fondo, non è detto che si sia finito di sprofondare. Può anche darsi che si inizi a scavare con maggior decisione e che la discesa continui. È quello che sta facendo Donald Trump, che ha spesso scambiato la gestione dello Stato con quella di un’azienda di sua proprietà. Ma cosa ha fatto il numero uno della più grande potenza occidentale ai tempi della pandemia? Beh, ha dapprima sottovalutato l’allarme (anche se è vero che non è stato il solo, vedi il povero Boris Johnson), tentando poi di correre malamente ai ripari. Ma poco dopo – ecco il tocco magistrale – ha cercato di sbarazzarsi proprio di Anthony Fauci, autorevole capo dell’Istituto nazionale delle malattie infettive e direttore della task force (presidenziale) sulle pandemie, perché – ahinoi – le sue ricette antivirus non erano gradite e rischiavano di danneggiare Trump nella corsa al secondo mandato. Meglio, secondo lui e i suoi strateghi, fare di testa propria, togliendo di mezzo qualcuno di competentissimo, perché osa dirti cosa fare e, se del caso – come ha fatto Fauci –, persino affermare che stai sbagliando. A ben guardare, su questo aspetto, gli Usa di Trump non sono poi tanto diversi dalla Cina di Xi, considerata la fine che ha fatto il medico (poi divenuto eroe nazionale!) che per primo si era accorto della minaccia del virus.

OMS capro espiatorio

Ma non è tutto. Il ‘twitter in chief’, come l’ha soprannominato Roberto Antonini nel suo commento di lunedì, ha ora travasato bile (non è la prima volta che lo fa) anche sull’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità), rea di essersi svegliata in ritardo nell’allarmare il mondo sull’emergenza proveniente dalla Cina. Quindi, dixit il nostro: o si riforma l’Oms, o Washington taglierà gli importanti finanziamenti versati dagli Usa. Il solito discorso del capro espiatorio preso a bastonate che a Trump riesce molto bene. Nell’emergenza, e di fronte alle scene infernali viste a New York e anche in altri Stati americani flagellati, trovare un colpevole al quale dichiarare guerra per incantare gli elettori è né più né meno una cinica operazione di marketing politico. Ci cascheranno? Vedremo in autunno.

Toccato il fondo? Macchè!

Toccato il fondo? Macché! Si va avanti. ‘The president’ – come detto – ha ora iniziato a scavare portando avanti l’idea di firmare gli assegni che i cittadini Usa riceveranno secondo il piano di aiuti da 2’200 miliardi di dollari. A svelare la mossa è stato il Washington Post, citando fonti secondo le quali la ‘decisione senza precedenti’ è stata formalizzata l’altro ieri. Sarà così la prima volta che la firma di un presidente appare su assegni dell’Agenzia delle entrate. Naturalmente, anche in questo caso, si tratta di una mossa ‘squisitamente’ (si fa per dire) pre-elettorale. Ne abbiamo viste di tutti i colori. Riusciamo però ancora a stupirci per l’overdose di sfacciataggine nell’utilizzare addirittura l’atto del versamento di fiumi di denaro pubblico, in un’emergenza sanitaria che miete migliaia di morti anche a casa sua. Come se quei denari fossero un suo regalo. Il Segretario al Tesoro – invano – gli aveva ricordato che il presidente non era autorizzato a firmare tali rimborsi, proprio per garantire che non siano politicizzati.

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