laRegione
L.E.
Distruzioni per l’uso
16.09.19 - 19:270
Aggiornamento : 22:44

Un sabato a Lugano (coi molinari)

Si possono anche non condividere le idee del centro sociale. Ma difendere l’autogestione fa bene a tutti. Più che ascoltare Travaglio.

Sono le due del pomeriggio e il sole picchia come un fabbro, dalle parti di Cornaredo. Sullo sfondo c’è la vecchia centrale termica, di quelle che all’inizio del secolo scorso si costruivano con grandi archi e ampi finestroni, come cattedrali del progresso. Qui sarebbe potuto sorgere uno di quei centri sociali che si vedono a Berlino o a Zurigo; e invece adesso le vetrate sono sigillate da pannelli neri, neanche ci fosse un coprifuoco: ma gli scoppi sono al massimo quelli dei popcorn, dato che si tratta dell’ennesima, banalissima multisala.

Lì davanti sta per partire il corteo dei “molinari”, che rivendicano il loro spazio autogestito e rischiano di essere scacciati da un ex Macello nel quale si sono inventati di tutto. Con molti di loro ho ben poco da spartire: quando vedo tatuaggi di Lenin e bandiere venezuelane col volto di Maduro, mi torna in mente Raymond Aron: “L’homme est un être raisonnable, mais les hommes le sont-ils?”. Ma queste sono questioni secondarie, come lo è la mia simpatia per le frange più anarchiche e libertarie (“Da Pedrinate ad Olivone un solo grido: autogestione”, sta scritto sulla schiena di un tizio davanti a me; vien subito voglia di berci una birra). Il punto principale è più profondo, per quel che ne capisco: la storia del Molino è composta di persone che hanno fatto crescere sul più arido dei terreni concerti, attività teatrali, danze, dibattiti, progetti di aiuto sociale e umanitario. Il tutto chiedendo poco o nulla alle ‘autorità’, e dunque fornendo una delle rare alternative alla centralizzazione degli eventi e delle attività culturali imposta dal Municipio. Anche per questo piacciono perfino a un liberale come me: perché anche se mi paiono spesso fanatici dell’ultrasinistra, il loro modo di fare ‘cultura’ – o anche solo divertimento: e arrogatevi poi voi il diritto di tracciare la differenza – si sottrae alle morse di una città nella quale anche per disegnare un murale si chiede il permesso (“Non c’è peggior schiavo di chi si crede libero”, scrisse Goethe).

A un certo punto il corteo parte, e la prima cosa che mi trovo davanti è un concessionario d’auto di lusso che ha lasciato i suoi modelli esposti sulla strada. “Ahia”, penso, memore di vecchi tafferugli sulle strade bolognesi e pisane: “Qua sono parabrezza che saltano”. Invece, niente. Il corteo procede pacifico, fra canzoni di lotta e bimbi che giocano e fanno le bolle di sapone. Si vede gente di tutte le età. È perfino difficile trovare una cartaccia o una bottiglia per terra: ognuno pare voler dimostrare che ‘antagonisti’ non significa teppisti. Il passaggio più bello è dalle parti dei palazzoni di Pregassona e Molino Nuovo, dove alcuni vivono in condizioni teoricamente inammissibili in Svizzera; gli oratori del corteo salutano la popolazione, dalle finestre fanno capolino i sorrisi dei non-patrizi: con la fotocamera del natel inquadro il volto di due bambini neri, e loro mi salutano con lo sguardo gentile di chi non vuole offendere un minchione.

Quando arriviamo a via Monte Boglia, succedono quelle due o tre sciocchezze che i portalini accodati alla Lega ingigantiranno a dovere: un paio di mortaretti, qualche fumogeno, due dozzine di uova. I più fanatici invitano la folla ad alcuni slogan imbecilli: “Norman Gobbi pezzo di merda”, “Gobbi a testa in giù”. Saranno poche decine su quasi mille, quelli che gli danno retta. L’enorme contingente di polizia segue da lontano, per evitare scontri inutili: e in questo fa un buon lavoro. In generale, si tratta di una parentesi breve e secondaria in un corteo lontanissimo dagli stereotipi sulle ‘zecche’ e il teppismo.
Io poi, dopo il passaggio su Monte Boglia, devo scappare. Mi aspetta un incontro con Marco Travaglio, che al Lac ribadirà un’idea di giornalismo che non mi piace: robespierriana, manettara e ora pure grillina. Mi fischia in testa Guccini: “Ma i moralisti han chiuso i bar, e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori”. Penso che le parole a volte sono sampietrini, come quelli che NON ho visto volare al corteo. E fra i due potenziali manicheismi, preferisco quello molinaro.

Potrebbe interessarti anche
TOP NEWS Opinioni
© Regiopress, All rights reserved

Stai guardando la versione del sito mobile su un computer fisso.
Per una migliore esperienza ti consigliamo di passare alla versione ottimizzata per desktop.

Vai alla versione Desktop
rimani sulla versione mobile