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Presidente del Gran Consiglio nel 1968 (Ti-Press)
IL RICORDO
21.06.19 - 10:540

Antonio Snider, politica e cultura

Il Ticino dimentica in fretta i suoi uomini politici, vivi o morti; alcuni sono ricordati come aneddoti che resistono nel tempo, altri trasformati in icone

Il Ticino dimentica in fretta i suoi uomini politici, vivi o morti; alcuni, tutt’al più, sono ricordati come aneddoti che resistono nel tempo, altri trasformati in icone che possono ancora servire come amalgama partitico o spinta elettorale. Forse del politico Antonio Snider, deceduto l’altro ieri, non si ricorderà che, come presidente del Gran Consiglio, cinquant’anni fa, ebbe il coraggio di tenere il suo discorso di insediamento sul tema “politica e cultura”, provocatorio e costruttivo, rimasto sinora unico nella storia del Legislativo cantonale. Unico e di attualità.

Politica e Cultura sono sempre apparse come due mondi opposti. La prima ritenuta pratica, concreta, decisionista, tendenzialmente unidirezionale ed anche dogmatica; la seconda mobile, esplorativa, liberale, dialogante o contestataria, dispersiva. Questa insanabilità si riversa in atteggiamenti che sono sempre stati consustanziali o tipici della politica ticinese: quanto fa o propone “l’altro” o “l’altra etichetta” (partito o movimento) è per definizione inaccettabile o perlomeno sospettabile; quanto sa di cucina “intellettuale” è perdita di tempo se non è condimento per la linea politica dominante; ogni confronto politico o culturale con ciò che capita altrove e dovrebbe essere di monito per ciò che avviene in casa propria, dev’essere subito stoppato con la categorica convinzione: “Da noi non può capitare”. Quel discorso del presidente del Gran Consiglio Antonio Snider di cinquant’anni fa (non dimentichiamo l’aria del ’68, anche nostrana) era una sorta di manifesto della cultura nella politica, della buona politica, della democrazia rigenerantesi. Oggi, con quel che capita, dovremmo aggiungere della buona educazione. Anche perché (richiamando Musil dell’“Uomo senza qualità”, scritto nei terribili anni 30, somiglianti per certi versi ai nostri): “Le condizioni della vita attuale sono così oscure, così difficili, così confuse, che dalle stupidità occasionali di un singolo può nascere una stupidità costituzionale della comunità”.

La cultura, descriveva Snider, è l’insoddisfatta e continua ricerca della verità, è l’esigenza della libertà, il rispetto dell’altrui pensiero e libertà; il superamento delle debolezze, delle ipocrisie, dei calcoli utilitari, delle astuzie, delle ironie, dei sofismi, delle menzogne; è l’uso onesto del pensiero, l’ansia di comunicare agli altri le ricerche, i dubbi, le esperienze; il bisogno di colloquio con qualsiasi interlocutore, lo sforzo di comprendere le opinioni degli altri, il bisogno di fiducia nel prossimo, il desiderio di situazioni chiare e di basi legali non equivoche. Quindi è chiaro che l’influsso della vera cultura sulla politica non è solo utile e auspicabile, ma è indispensabile per la vitalità delle istituzioni.

C’è insoddisfazione e rimpianto tra l’ideale e la pratica. Si tende a giustificarlo con le ristrettezze geografiche, sociali ed economiche del paese, concludendo che da noi è troppo difficile se non impossibile “il fattivo colloquio tra le grandi idee e la realtà pratica”. Mentre si dovrebbe affermare che più il paese è piccolo e più ha bisogno della componente di una cultura veramente tale. “Quella componente che può fare grande un piccolo paese che altrimenti finirebbe per essere solo piccino”. Cadrebbero molte sterili e formali opposizioni alle migliori soluzioni attese dal paese. Si cesserebbe di vivere in compartimenti stagni. “Sarebbe allora fatale errore se portassimo sempre in bocca il sedativo e fiducioso: “Da noi, però…”. All’inizio del prossimo anno scolastico si proponga la lettura del discorso di cinquant’anni fa di Antonio Snider, qui appena accennato: è vera civica, politica, cultura, democrazia vissuta.

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