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21.03.19 - 06:300

Eccezionale, ma veramente

L’Ambrì e un terreno incolto che si trasforma magicamente in prato inglese. Storia di una scommessa vinta e di limiti messi lì per essere superati

Un conto è la delusione, un altro i rimpianti. E questo Ambrì di rimorsi non può averne proprio. Non al termine di un campionato del genere, all’inizio del quale nessuno s’aspettava (né si sarebbe potuto aspettare) di vedere quella squadra arrivare tanto in alto. E Luca Cereda su quel tasto ha insistito praticamente durante l’intera regular season, ricordando a tutti chi era quel gruppo e da dove veniva, allo scopo di spingerlo a sudare, e parecchio, per riuscire a superare sé stesso.

Litri di sudore e mesi dopo, quella scommessa il suo Ambrì l’ha vinta. E l’ha fatto su tutta la linea, riuscendo – da outsider – a debuttare nei playoff da quinto della classe. Poco importa se poi, al momento di cercare il passettino in più, la coperta si è rivelata un po’ cortina: anche nel quarto di finale con il Bienne, la squadra di Cereda ha dimostrato cosa si può fare quando dei giocatori vanno in pista coscienti dei propri compiti ma pure dei propri limiti. E, soprattutto, lo fanno con una genuina smania di voler riuscire a tutti i costi: quella, infatti, era più di una semplice passione per l’hockey, e sarebbe riduttivo definirla in quel modo.

È proprio grazie allo sfrenato desiderio di crescere che, allenamento dopo allenamento, partita dopo partita, alla Valascia ogni singola individualità è riuscita a spingere più in là i propri limiti. Col risultato che, conseguentemente, a crescere è stata la media complessiva del gruppo. In uno spogliatoio oltretutto davvero ben assortito, cucito addosso al concetto di Cereda da un Paolo Duca che in poco tempo ha lavorato tanto e l’ha fatto davvero bene, riuscendo a trasformare un terreno incolto in un prato inglese in appena due stagioni. Nonostante di soldi non è che ne piovessero.

Bisogna davvero mettersi a cercare il proverbiale pelo nell’uovo, per riuscire a scovare qualcosa che potesse eventualmente stonare in una sinfonia tanto armoniosa. Certo, i più critici diranno che si potrebbe discutere sul rendimento di un paio di giocatori (come Kienzle o Kneubuehler), ma che senso avrebbe soffermarsi su simili dettagli, al termine di un campionato del genere? In cui, e forse è quello ciò che impressiona più di tutto, Elias Bianchi e i suoi compagni d’avventura hanno preso un ritmo alla fine del mese di settembre e da lì in poi non l’hanno mollato sino alla fine, portando a compimento una regular season eccezionale sul piano della continuità, grazie a un lavoro assiduo sul piano fisico e a una cura quasi maniacale del dettaglio?

Se qualcuno ancora si ostinasse a chiedersi perché si possa definire eccezionale una simile impresa, basterebbe riavvolgere il film della stagione e ripensare a quale tra le varie sconfitte potesse essere la più bruciante di tutte per averne la conferma. E la risposta sarebbe senz’altro quell’incredibile 6-4 alle Vernets di Ginevra la sera di sabato 3 novembre, con la clamorosa rimonta di un Servette capace di segnare quattro volte in altrettanti minuti tra il 55’14’’ e il 59’23’’. Quella sconfitta fu l’ultima di una serie di cinque insuccessi consecutivi prima della pausa per la Deutschland Cup, per un Ambrì che da quel momento in poi non ha mai perso più di due partite di fila nelle restanti 34 serate di regular season. In sostanza, è stato quello l’unico, vero momento delicato per Luca Cereda e i suoi ragazzi. E il fatto che si stia parlando di una cosa capitata all’inizio del mese di novembre è altamente significativo.

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