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16.02.19 - 06:040

Proibire l’uso di quattro parole

Di quattro parole bisognerebbe proibire l’uso per qualche tempo: piuttosto, implementare, trasparenza, ideologico

Di quattro parole bisognerebbe proibire l’uso per qualche tempo: piuttosto, implementare, trasparenza, ideologico. La prima per l’impiego stridente e imperversante di ‘piuttosto che’ nel senso di ‘o’ (‘venato di snobismo settentrionale’, aggiunge l’Accademia della Crusca). La seconda perché si implementa ormai tutto, dai consiglieri di Stato ai politici sbrigativi: o perché si orecchia l’immancabile inglese (implement, implementary) o perché si vogliono evitare verbi pericolosi, come adempiere, completare, perfezionare, che chiedono chiara dimostrazione dell’opera. La trasparenza, parola inflazionata dalla finanza, dall’amministrazione, dalla politica, si è fatta solido paravento, diventando l’ipocrisia più onorata dei nostri tempi.

Ideologico è parola che merita più attenzione. Perché è diventata accusa, denigrazione e può diventare veleno paralizzante. Se un progetto è tacciato di ideologico, parte una sorta di ostracismo che equivale a dire: è appestato, è già marcio, non merita attenzione, è fuori discussione. Capita ai giornali, in questi giorni, di ospitare i primi articoli di autopromozione dei candidati all’esecutivo o al legislativo per le prossime elezioni: vi appare la parola ‘ideologico’ come forma di accusa a questa o a quella proposta e come condanna aprioristica (per la scuola, spesso, ma capita anche per il clima o la protezione dell’ambiente, per il territorio o la difesa del paesaggio, per i trasporti, per gli ospedali o le casse malati, per la fiscalità). La storia è vecchia, si dirà. Un tempo sembrava fosse più chiara: bastava l’etichetta di un partito su una proposta per generare il sospetto di tranelli e l’opposizione precauzionale dell’altro partito. Oggi appare più oscura perché a quell’‘ideologico’ bisognerebbe dare dei motivi che rimangono però nebulosi, pretestuosi. Si cade allora in uno dei tanti paradossi paralizzanti del nostro tempo, traducibile in un interrogativo di rimando: è ideologico ciò che si avversa o è ideologica l’accusa di ideologico? (Si applichi questo interrogativo a un articolo appena apparso sulla riforma scolastica). Da quando si è cominciato a parlare di ‘fine delle ideologie’ (dopo il noto libro di Daniel Bell degli anni Sessanta) si è sempre creduto che fosse arrivata una buona notizia. Perché si riteneva che l’ideologia fosse armatura, dogma, rifiuto dell’ascolto dell’altro. Sembra però che uno dei lasciti della scomparsa delle ideologie sia ora una maggiore predisposizione ad atteggiamenti ideologici più diffusi e incontrollati. Con l’assurdità di dover credere che la diversità è incompatibile con la propria verità o identità. Forse le ideologie da politiche sono diventate scelte culturali. Per il ritorno purtroppo di istanze nazionalistiche o etniche, ma soprattutto perché tutti, consci o meno consci, siamo posti di fronte ad argomenti che riguardano la nostra cultura di fondo, i temi centrali dell’etica pubblica legati alle basi elementari dell’esistenza umana (vita e morte, salute e malattia, educazione e persona, democrazia e diritti, lavoro e consumo di beni e non da ultimo il rapporto con la natura). Che senso ha allora bollare di ideologica ogni ricerca o proposta di scelta dandole subito i connotati minacciosi delle vecchie ideologie politiche?

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