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Il ricordo
20.08.18 - 06:320

Pier Felice Barchi, con la politica nel Dna

Caro Peo, lasciamelo scrivere, le tue telefonate mi mancheranno. Averti avuto come ospite è stato un privilegio.

Quando Pier Felice Barchi chiamava in redazione già sapevi cosa ti avrebbe detto: ‘Ciao, tutto bene? Senti, ti mando un pezzo, vedi se puoi pubblicarmelo subito: è molto importante’. E l’accento cadeva su quel subito. I pezzi di ‘Peo’ Barchi, a sentire lui, erano tutti importanti. Importanti perché erano di peso (intellettuale), ma non per questo dovevano sempre uscire immediatamente. Così, quando tardavi anche solo un giorno, arrivava puntuale il sollecito. Intanto però quelle telefonate si trasformavano anche in una ghiotta occasione per lui, ormai fuori dal giro della politica attiva da diversi anni, di sentire l’aria che tirava dalle nostre parti (cercando di cogliere qualche primizia che circolava in redazione, o di confrontarsi su un determinato tema), e, per me, di venire a sapere questo o quel retroscena politico.

La sua forza è sempre stata la sua brillante intelligenza, abbinata a una vasta cultura umanistica, una naturale capacità comunicativa e un’eccellente formazione ‘tecnica’. La formazione tipica del raffinato giurista che, nel suo caso, negli anni ha visto nascere e crescere il corpo delle leggi, alle quali, come parlamentare cantonale e nazionale, ha lui stesso messo spesso e volentieri mano. A tutte queste spiccate qualità, se ne sommava anche un’altra: la curiosità. Tanta e sana: quella che ti fa sempre volgere lo sguardo all’attualità, a ciò che sta accadendo attorno, vicino e lontano. Per capire, imparare e, in fondo, non invecchiare ma correre sempre con il tempo nuovo.

Con questo bagaglio, non c’è da stupirsi se la politica divenne – e restò fino alla fine – la sua grande passione. L’aveva nel sangue, di più nel Dna. Figlio di un medico socialista, fin da giovanissimo mangiò pane e politica. Lo ricordò lui stesso in un’intervista rilasciata a Martino Giovanettina sulle nostre colonne: ‘La mia famiglia era tra le poche ad avere una radio. Quante trasmissioni sui combattenti in Spagna ho sentito a Radio Monteceneri. A casa mia si era evidentemente per i rossi. In altre famiglie per i franchisti’. Eppure in quegli anni imparò anche la tolleranza. Negli anni del fascismo, aveva uno zio filofascista che leggeva il ‘Corriere della Sera’, mentre a casa sua il padre medico portava il ‘Paris Soir’, ‘ma c’era molta tolleranza, per la parte avversaria. Mio padre era sulla lista nera in Italia, eppure aveva amici fraterni fascisti; adesso ci sarebbero steccati invalicabili’. Come dire, è importante continuare a coltivare la cultura del dialogo, anche quando ci si trova su fronti opposti. Dialogare e non tirar su muri e muretti.

È proprio questa sua volontà di dialogo e soprattutto di apertura verso orizzonti politico-culturali ampi ad aver segnato anche la sua impostazione politica. Lo si deduce da un’altra risposta della citata intervista, allorquando Barchi ricorda che dopo il liceo a Lugano e un semestre di diritto a Basilea, deluso della Svizzera – ‘gretta, piccola, chiusa in se stessa’ – espatriò a Vienna: ‘A Vienna – citiamo ritrovando anche un pizzico di nostalgia fra le righe – dove ho fatto i miei vent’anni (ndr era il ’49), dove ho trovato la libertà, dove la gente sapeva vivere secondo i principi liberali, senza meschinerie, senza pettegolezzi’.

Rimpatriato non si ritirò certo sull’Aventino. Al contrario, forte della sua esperienza e delle sue idee liberali innovative, iniziò a mettere le mani in pasta, segnando in primo piano la vita politica cantonale e federale per almeno un paio di generazioni: con spirito riformista e contro – come spesso emerge dalle sue tante riflessioni apparse sulle nostre pagine – i protezionismi e le persone prive di etica.

Caro Peo, lasciamelo scrivere, le tue telefonate mi mancheranno. Averti avuto come ospite è stato un privilegio.

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