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03.02.18 - 06:300

‘No’ a No Billag non solo a parole

L'esigenza di un voto, oltre i sondaggi

Come numero, nelle prese di posizione pubbliche i contrari all’iniziativa “No Billag” stanno surclassando i favorevoli. Non si dica che è il risultato di una censura da parte di chi dovrebbe pubblicarle: è che proprio ne arrivano poche, perché pochi, molto verosimilmente, sono gli esponenti del fronte iniziativista disposti a metterci la faccia. Come mai? Il motivo è semplice: mancano argomenti sdoganabili oltre ai due utilizzati con insistenza durante la campagna. Il primo è la prospettiva di un mero risparmio economico nel bilancio familiare annuale: chiaramente un tema diretto alla “pancia”. L’altro, più elaborato, ma infido per le sue implicazioni sociali, è un cavallo di battaglia ribadito anche in occasione dei recenti dibattiti televisivi e radiofonici: consentire all’utente, in caso di abolizione del canone, “una libera scelta”.

Già: scegliere se rimanere senza un servizio pubblico radiotelevisivo e basta (primi in Europa), oppure rimanere senza un servizio pubblico radiotelevisivo, ma pagando (si presume più del canone ribassato) per usufruire di servizi “offerti” da chi vincerà l’asta delle concessioni che gli iniziativisti chiedono venga bandita in futuro. Asta che sarà contesa da grandi gruppi privati legati ai centri del potere economico (magari neppure svizzeri) i quali, per inciso, guarderanno alla nostra periferia come la matrigna cattiva guardava a Cenerentola. Tutto ciò, aggiungendo naturalmente che il vero obiettivo – ma inconfessabile – è promuovere l’orientamento liberista di chi smantella il pubblico e favorisce il privato, indebolisce chi è già fragile e rafforza chi è già forte.

Al di là di temi che dovrebbero essere ormai chiari a tutti, emerge a questo punto una necessità in apparenza paradossale: quella di manifestare un esercizio di sano egoismo, ma che vada a favore della collettività. Parliamo della mera salvaguardia dei nostri interessi (prima ancora di quelli dei 1’100 “esuberi” che vi sarebbero alla Rsi, più i 500 posti direttamente generati nelle imprese regionali di altri settori, più quelli delle radio e delle tv beneficiarie di una quota parte del canone, che dovranno ridimensionarsi in maniera drammatica). Interessi che sono molteplici e spesso si intersecano fra loro al di là dell’anagrafe, del livello di formazione e dei gusti personali. Ci riferiamo al privilegio di un’informazione il più possibile imparziale e improntata sulla prossimità; di approfondimenti politici e scientifici introvabili altrove; parliamo di cultura, anche se il concetto è fuori moda; di una vastissima offerta di sport in chiaro. Più in generale, parliamo di identità, di riconoscimento di noi stessi e del contesto in cui viviamo. Di una continua possibilità di confronto. Si tratta di un patrimonio inestimabile.

I più recenti sondaggi (Tamedia prima, gfs.bern poi) danno i contrari all’iniziativa in un vantaggio apparentemente comodo. Ma i sondaggi, come ha ricordato l’altro giorno a Lugano Doris Leuthard, sono molto pericolosi. L’unica certezza emergerà dalla conta dei voti. Per questo non possiamo permetterci di non esprimere il nostro.

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