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Commento
29.01.18 - 07:000

Bello e intenso come se fosse la prima volta

Era confuso, parlava, e parlava, al solo fine di trattenere le lacrime

Era confuso, parlava, e parlava, al solo fine di trattenere le lacrime e un’emozione poi sgorgata, senza più freni. In lotta contro se stesso, il primo a meravigliarsi, a non dare la sua grandezza per scontata, anche se la tentazione di farlo c’è, legittimata dall’ennesima prova.
Lacrime di emozioni vivissime, di commozione, hanno solcato il volto di Roger Federer, fresco di incoronazione, l’ennesima, la ventesima nell’esclusivo ambito Slam riservato a pochi eletti.

Si commuove e piange come se fosse la prima volta, e non la 96ª (estendendo il conteggio a tutti i tornei). Emozioni che tracciano il profilo dell’uomo che ispira lo sportivo, il fuoriclasse. O fuori quota. Della semplicità diventata leggenda, pur restando fedele ai canoni di sempre, quelli di atleta meticoloso, vincente e trasversale, adorato da tutti, rivali compresi.

Ci tornerà, a Melbourne. Allo scopo di vincere, divertendosi. Lo stesso fine che lo ha mosso quando si è trattato di rimettersi in gioco, un anno fa. Tornerà, ma solo dopo aver passato in rassegna tutti i tornei più importanti di un 2018 apertosi esattamente come lo scorso anno, con un trionfo. Che sia stato annunciato, o meno straordinario, poco toglie alla sua grandezza. Venti di gloria lo portano in trionfo, venti volte ‘major’ nella sua ventesima stagione. Numeri che vanno oltre il loro simbolismo. Cifre quasi incredibili, se non fosse che fanno statistica, e scrivono la storia.

Venti di passione lo hanno sostenuto e spinto nel momento di maggiore difficoltà, quando il sogno sembrava svanire, per effetto di qualche esitazione di troppo; di un tennis rimasto lontano dalla perfezione, ma ugualmente pregevole; della voglia del suo valido antagonista di fare qualcosa di speciale, per passare lui, alla storia. Nei panni di colui che al Sommo ha impedito di toccare quota 20, traguardo oltremodo simbolico che conferisce quella straordinarietà che altrimenti verrebbe un po’ meno, alla luce di cotanti illustri precedenti. Non è accaduto, e forse è il caso di leggervi l’intromissione degli dèi del tennis: preferiscono premiare che ne traduce il verbo, in terra, piuttosto che fargli un torto. Cilic, ambizioso e orgoglioso quanto basta, avrà altre occasioni. Questa toccava al Sommo. Troppo ghiotta l’occasione di giocare con il 20. O il 200esimo Slam dell’era open. Federer 2.0, ripensando al lungo stop del 2016 e al suo prepotente ritorno sulla scena, di cui Melbourne 2018 altro non è che una tappa, lungi dall’essere l’arrivo definitivo.

Fiumi di lacrime gli hanno solcato il viso nel momento in cui ha ricevuto l’ideale abbraccio della Rod Laver Arena. Due minuti di rara intensità emotiva nei quali sono contenuti tutti i sentimenti del mondo, uno più bello dell’altro, ciascuno ci metta il proprio. Due minuti in cui lo sport – e con esso il tempo – si è fermato per una celebrazione. Un omaggio di rara bellezza: basta parole, solo una lunga salva di applausi convinti, sullo sfondo della commozione sincera del campione, in preda a emozioni, le sue e quelle di tutti gli appassionati, uniti in una Federer-mania che eventi come quello di Melbourne rendono davvero trasversale, di tutti.

Emozioni belle, proprio perché condivise, figlie di quella fragilità tipica di momenti che lo sport sa regalare quando i protagonisti sfuggono alla banalità, al rito, alla semplice vittoria, per fare altro, per fare di più. Per assurgere a leggenda, a campioni senza tempo. Di cui lo sport deve continuare a nutrirsi, con avidità. Fanno così dannatamente bene...

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