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Povero Vasco...
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20.01.18 - 14:000

Sempre e comunque contro chiunque

Una volta la politica era fatta (anche) di promesse e progetti. Poi è arrivata l'età del 'no' a tutto: distruggere senza costruire

“C’è chi dice no”. Chissà se lo sapeva, Vasco Rossi, che la sua canzone del 1987 sarebbe diventata l’inno ufficioso della politica mondiale. Probabilmente no, appunto. Eppure oggi è quell’essere “contro” che domina e fagocita ogni tipo di postura politica dominante. No all’Europa (Brexit), no alla sostenibilità climatica, agli immigrati, al mondo (Trump), no a tasse, riforme, vaccini e perfino rette universitarie (la campagna elettorale italiana). E no alla libera circolazione e alla Billag, ça va sans dire.
Eppure, fino a pochi anni fa, la politica era piuttosto fatta di ‘sì’.

Più promesse che dinieghi: rilancio economico, grandi opere, perfino rivoluzioni, o anche solo un posto in municipio per il vicino di casa. Promesse a volte meschine e spesso non mantenute, certo. Ma nell’età d’oro dei partiti – sembra un secolo fa, era ieri – si dava per scontato che ci volesse un programma, e che quel programma contenesse una spinta propositiva. Perché non è più così?

Qualcosa da odiare

C’entra probabilmente la “disintermediazione”: l’eliminazione di qualsiasi diaframma fra i leader politici e i loro elettori. Quando si crea questo rapporto diretto è pressoché impossibile prendere voti con un programma fatto di elementi positivi: molto più facile è individuare qualcosa che sta antipatico a una presunta maggioranza di persone (i profughi, le tasse, il prosecco tiepido) e picchiarvi costantemente contro.

Come si sia arrivati a tutto questo, non è facile da spiegare. Avrà avuto un ruolo la crisi delle ideologie. Non sbadigliate: il sol dell’avvenire, la promessa di lungo termine fatta balenare di fronte agli occhi del prossimo, aiutava molto ad azzardare strategie propositive. Conta pure la concomitante crisi dei partiti, che spesso si sono suicidati sotto il peso dei loro errori, perdendo credibilità. Una desertificazione nella quale sembra valere sempre di più l’amara considerazione di Charles De Gaulle: “Il potere non si prende, si raccatta”. E se non si può più contare sul partito come potente macchina di persuasione e di cooptazione del consenso, la soluzione più facile è quella di arrivare al potere sfruttando il malcontento.

(Anti)social

Poi ci sono i social network: prendersela con Facebook e Twitter per i mali di oggi è spesso sintomo di pigrizia intellettuale, ma va pur detto che stavolta c’entrano anche loro: hanno creato la piattaforma ideale per raggiungere (e manipolare) direttamente le persone senza bisogno di affidarsi a istituzioni intermedie. Anche se, si sa, sono i social stessi che rischiano di diventare un unico, ipertrofico intermediario: creando bolle e ‘camere dell’eco’ e decidendo cosa lasciarvi entrare, con la nostra inconsapevole complicità.

Siccome mi piace soffrire, mi sono preso la briga di fare un’analisi degli ultimi cinquanta post su Facebook di un noto politico locale, invidiato per il suo rapporto diretto con la ‘gente’. Di questi, quarantaquattro sono ‘contro’ qualcosa o qualcuno, spesso ai limiti dell’insulto. Gli altri sei sono solo auguri per Natale, capodanno e così via. Quod erat demonstrandum.

Chi va con lo zoppo

Purtroppo anche la ‘guardia bianca’ di chi si oppone a questo andazzo, e ahimè mi ci metto per primo, cade spesso nella stessa trappola: dire no a chi dice di no, senza riuscire a costruire progetti alternativi. In Italia, ad esempio, la sinistra ha da tempo stracciato ogni slancio programmatico a favore di un pigro e livoroso antiberlusconismo (antigrillismo, poi). Lo stesso succede ora con Trump. Ne è buona dimostrazione il discusso e discutibile libro di Micheal Wolff, ‘Fire and Fury’. Un pamphlet tutto basato su voci e storie semplicemente troppo belle per essere vere, e tantomeno verificate. David Brooks, conservatore moderato e antitrumpiano, lo ha detto meglio di tutti sul ‘New York Times’: “In ogni guerra, le nazioni finiscono per somigliare ai propri nemici, quindi immagino sia normale che gli antitrumpiani finiscano per somigliare ai trumpiani. Ma non è una cosa buona. Questa non è una battaglia su un presidente. È una battaglia sulle regole con cui vogliamo giocare dopo Trump. Vogliamo abbassarci definitivamente ai suoi standard di comportamento?”. La domanda è retorica: c’è chi a quegli standard si è già abbassato, e non solo in America.

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