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09.03.16 - 11:150

Nelle mani di Erdogan

Sarà difficile adesso dire no alla Turchia; e sarà ancora più imbarazzante adeguarsi alle sue condizioni. Ma per un’Unione europea affondata nella crisi più grave della sua storia sembra non esserci alternativa. Da quando, tra un’accoglienza ponderata dei migranti e il loro blocco alle porte d’Europa si è preferita la seconda opzione, ai governi dell’Ue non è restato che fare affidamento (o meglio venire appesi) alle condizioni dei Paesi che controllano “l’ultimo chilometro”. Trovandosi così, come ha ricordato l’ambasciatore Roberto Toscano, nella incresciosa situazione in cui si trovò l’Italia quando venne a patti con Gheddafi perché trattenesse in Libia i migranti africani, impedendo loro di attraversare il Mediterraneo. In che condizioni il raìs li trattenesse e la fine che egli stesso ha fatto sono cose note. Ora è l’intera Europa a dover venire a patti con la Turchia di Erdogan. Un paradosso che rivela i vizi dell’una e la spregiudicatezza dell’altra. È chiaro che Ankara è decisa a sfruttare il vantaggio tattico che le assicurano le divisioni e le spinte centrifughe nello schieramento europeo. Come traspariva dal sorriso di Ahmet Davutoglu, lunedì a Bruxelles. L’attuale capo del governo turco era persino stato definito da qualcuno il Kissinger di Erdogan, quando, da ministro degli Esteri, conduceva una politica mirata a estendere lo spazio di influenza turca dall’Asia centrale al Maghreb, tanto che si parlò di neo-ottomanesimo. Fu un fallimento. A parte la facile popolarità guadagnata presso le opinioni pubbliche arabe con le iniziative anti-israeliane, il resto fu un disastro, basti la Siria. Fino al riscatto dell’altroieri. Quando, cioè, Davutoglu, compresa la gravità delle fratture in seno all’Unione, ha esposto le nuove condizioni di Ankara per trattenere sul proprio territorio i profughi in arrivo da Siria, Iraq e Afghanistan. Non solo il raddoppio del “rimborso spese”, da tre a sei miliardi di euro, ma anche l’abolizione del visto per i cittadini turchi in ingresso nell’Ue, e soprattutto una accelerazione del negoziato di adesione all’Unione. «La Turchia è pronta a entrare nell’Unione», ha detto. Quella stessa Turchia che reprime la libertà di stampa e le opposizioni, che bombarda i villaggi curdi (anche al di fuori dei propri confini) e non ha fugato del tutto i sospetti di connivenza con le milizie jihadiste. E che può decidere in qualsiasi momento di dare il via libera ai migranti che intendono salpare dalle sue rive alla volta della Grecia. Questa è la Turchia contro la cui adesione all’Ue si erano schierati alcuni dei maggiori Paesi dell’Unione? No, e questo è il paradosso: questa è forse peggiore e ha tuttavia un potere negoziale ben maggiore, come dimostra l’utilizzo dei migranti come strumento di pressione. Il tempo che i governi europei hanno impiegato nel dibattere se la prospettiva e poi l’adesione all’Ue avrebbe favorito una transizione della Turchia verso gli standard del diritto e della democrazia europei non è passato invano. Non per chi, all’interno della stessa Unione, lavora contro quegli standard. Da Varsavia a Budapest sembra essersi costituito un fronte la cui politica contraddice vistosamente le condizioni che si chiede siano rispettate dagli aspiranti membri dell’Ue. Mentre a ovest sono all’opposizione, ma non si sa fino a quando, movimenti che replicano, secondo una tradizione diversa, quegli stessi contenuti. Tanto che Erdogan non sfigurerebbe accanto a certi capi di governo. Loro però già membri dell’Ue e ben al sicuro. I migranti, poveri loro, sono arrivati nel momento peggiore. Hanno forse lasciato una casa in macerie, per venire respinti da un’Europa in rovina.

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