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Ricette anti rincari

Trasporti, benzina, aerei, cibo... che cosa paghiamo di più

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08.07.2022 - 05:30

Come aiutare chi sta peggio. L’analisi di due esperti tra assegno energetico e riduzione dei prezzi di bus e treni


Nella ricca Svizzera 722 000 persone (l’8,5% della popolazione) vivono (cifre del 2019) in condizioni di povertà, significa che devono farcela con 2’279 franchi al mese. A giugno, l’inflazione in Svizzera è al 3,4% (superando il già notevole +2,9% di maggio). I prezzi del carburante sono aumentati in breve tempo, la bolletta dell’elettricità sarà più bollente, la stangata arriverà anche sui premi di cassa malati nel 2023. Per farla breve: tanti rincari ma salari e prestazioni sociali al palo. In Parlamento a settembre saranno discusse diverse proposte: da nuovi sgravi sulla benzina, targata Udc, e già bocciati dalle due Camere federali, agli assegni (chèques) federali all’80% degli svizzeri, targata Ps, ma anche contributi per ridurre i premi cassa malati e adeguamenti dell’Avs. Quali misure mettono più soldi in tasca ai più bisognosi? Ci rispondono Jean-Pierre Tabin, professore alla Haute école de travail social et de la santé di Losanna (Hes-So), specialista di politiche sociali e povertà e Sophie Michaud Gigon, consigliera nazionale dei Verdi e segretaria generale della Federazione romanda dei consumatori. Su una misura sono concordi: lo Stato deve rendere i trasporti meno cari in Svizzera.


Mentre gran parte delle spese fisse aumenta ed i salari, quando ci sono restano al palo, ecco come agire per il professor Tabin per mantenere il potere di acquisto degli svizzeri: «Prima di tutto, bisogna adattare automaticamente ai rincari, tutte le prestazioni sociali nei cantoni, comprese le borse di studio. Per mantenere un livello di vita dignitoso delle persone. Lo sgravio della benzina sembra concentrarsi solo sugli automobilisti, non sono sicuro sia la categoria più in difficoltà. Lo cheques federale all’80% degli svizzeri è principalmente una misura di sostegno al consumo. Un’altra via è quella di abbassare il costo o rendere gratuiti i trasporti pubblici, una misura che, oltre ad aumentare il potere di acquisto, avrebbe anche dei risvolti ecologici». La stangata peggiore rischia di essere quella della cassa malati. «Un primo passo, potrebbe essere quello di armonizzare l’erogazione dei sussidi tra i cantoni. I premi dipendono dalla franchigia scelta (più alta è la franchigia, più basso è il premio), così si favoriscono le persone ricche e in salute che possono pagare franchigie elevate fino a 2’500 franchi, rispetto a persone povere e malati, che non possono permettersi una spesa simile. Sarebbe più solidale avere premi legati al salario», precisa l’esperto.

C’è chi specula sulla benzina?

A livello politico, la deputata verde al Nazionale Sophie Michaud Gigon si batte per far luce sui margini di guadagno relativi ai prezzi di benzina e gas e per introdurre un assegno energetico, come c’è in Francia, che permette di regolare una parte delle fatture per persone e aziende. Due misure che avrebbero un impatto sui rincari e saranno discusse a metà agosto nella Commissione economia e forse in settembre in Parlamento.


Sophie Michaud punta ad un assegno energetico (Keystone)

Pochi comprendono perché la benzina sia così cara, molti si chiedono se ci siano (o meno) speculazioni: «Vogliamo capire quanto va ai fornitori, ai venditori, agli intermediari, chiediamo al Governo che la Commissione della concorrenza faccia un’indagine approfondita. Come avviene in Inghilterra, Austria, Francia e Germania, dove da 10 anni c’è un osservatorio dei prezzi della benzina che ne monitora l’andamento. Questi dati in Svizzera non sono disponibili né per i politici né per i consumatori», ci spiega Michaud Gigon che è anche Segretaria generale della Federazione romanda dei consumatori.


«Avviare un’indagine significa anche mettere sotto pressione i rivenditori di benzina ed evitare che qualcuno approfitti della guerra in Ucraina per alzare i prezzi»


In un’economia di mercato lo Stato non può fissare una tariffa, ma può verificare se c’è un cartello o una discriminazione geografica (ad esempio perché in Svizzera il potere di acquisto è più elevato). «Avviare un’indagine significa anche mettere sotto pressione i rivenditori di benzina ed evitare che qualcuno approfitti della guerra in Ucraina per alzare i prezzi». Effettivamente, qualche motivo c’é: il trasporto marittimo è più costoso, anche per il petrolio. Ma questo basta a giustificare tali aumenti? «Abbiamo forti dubbi: quando cala il prezzo del petrolio (è successo qualche mese fa) non c’è una conseguente riduzione del prezzo della benzina; quando invece aumenta (è successo di recente) il costo finale sale. Ci chiediamo se il rincaro non sia eccessivo e non giustificato!».

C’è ampio margine per ridurre i consumi

In attesa che la politica faccia i suoi passi, i consumatori possono fare la loro parte per attenuare i rincari, riducendo i consumi. «Non siamo mai stati in uno stato di penuria, ma il potenziale di risparmio per i consumatori è enorme in Svizzera». Passiamo in rassegna qualche misura individuale con l’esperta. «Chi possiede un immobile può passare a riscaldamenti meno esosi sfruttando gli aiuti statali per la transizione energetica. Si risparmia anche diminuendo di qualche grado la temperatura in casa». In tema di trasporti, vale la pena fare due conti e quando è possibile, passare al trasporto pubblico: «Un’autovettura costa oltre 10mila franchi l’anno (imposte, assicurazioni, benzina, parcheggio) mentre un abbonamento generale lo paghiamo 3’800 franchi». Una cosa per la deputata è chiara: «Il prezzo dei trasporti pubblici andrebbe ridotto». Molto si può fare sullo stile di guida: «I corsi ‘Eco drive’ insegnano a viaggiare più velocemente consumando meno carburante, valutando l’impatto della pressione dei pneumatici e del climatizzatore, imparando a viaggiare a basso numero di giri, togliendo portabagagli». Poi ovviamente c’è la velocità. «Viaggiare a 100 chilometri invece che a 120 è già un risparmio».

Polemica sulle statistiche

I conti non tornano, quando i poveri li conta la politica

Un altro grosso problema per Tabin sono le cifre, ossia quanti sono realmente i poveri in Svizzera. Tabin sottolinea con un certo disincanto che «in Svizzera abbiamo una soglia politica di povertà estremamente bassa, decisa dalle autorità per gli standard di assistenza sociale in Svizzera, che non tiene adeguatamente conto della reale situazione delle economie domestiche». In che senso ‘politica’ ce lo spiega così: «Viene calcolata in base al ‘paniere tipo’ di beni e servizi consumato dal 10% delle economie domestiche con il reddito più basso. A questo, va tolto un altro 10%. Alla fine abbiamo un tasso di povertà politico: si situa al di sotto di ciò che consuma il 10% delle famiglie con i redditi più bassi. Questi calcoli non rispecchiano la povertà reale, ma l’idea di povertà delle autorità». Di conseguenza, se le autorità abbassano l’asticella degli aiuti sociali avremo all’improvviso meno poveri, se la alzano, per adeguarsi ai rincari, ne avremo come per magia di più.


Il prof Jean-Pierre Tabin esperto di povertà e politiche sociali

Un’altra differenza molto importante è il potere d’acquisto. «Ci si basa sui consumi reali del 10% delle economie domestiche più povere. Non si tiene conto di quel che dovrebbero spendere per vivere una vita dignitosa, ma solo di ciò che acquistano effettivamente». Molto più affidabile, per il professore, è la fotografia delle persone esposte a rischio di povertà: 1,3 milioni, ossia il 15,7 % della popolazione che vive con l’acqua alla gola. «Questa fotografia è più realistica, si basa sulla statistica internazionale: partendo dalla distribuzione del reddito disponibile in Svizzera, si identifica chi ha il 60% in meno della mediana degli stipendi. Questi sono i veri poveri, una cifra che l’inflazione rischia di far lievitare».
Le categorie più fragili ed esposte ai venti dell’inflazione, a rischio precariato sono gli stranieri, chi vive in economie domestiche composte da un genitore solo con figli, quelle senza una formazione post-obbligatoria. Il professor Jean-Pierre Tabin precisa: «Le famiglie monoparentali che ricevono aiuti sociali sono, per oltre il 90% dei casi, composte da donne con uno o più figli. Ad essere colpite sono soprattutto quelle madri che hanno interrotto la loro carriera o ridotto i tempi di lavoro». Sfuggono alle statistiche tutti gli stranieri - prosegue l’esperto - che quando perdono l’occupazione non chiedono aiuti sociali per non perdere il permesso di lavoro. «Non appaiono nelle statistiche ufficiali ma sono poveri a tal punto da non avere da mangiare». Li abbiamo visti in coda a Ginevra e in altre città durante la pandemia aspettando una borsa di cibo. Meno esposti, per il prof Tabin, gli anziani che possono contare su Avs e prestazioni sociali.

Lavori più precari e salari fermi

Il precariato aumenta dal 2014 per varie ragioni: «Ci sono effettivamente vari fattori in gioco. Assistiamo ad una precarizzazione del lavoro (sempre più frammentato e su chiamata), i salari non aumentano, anche se sarebbe un modo per lottare contro la povertà. Dovremmo avere delle politiche più dinamiche per permettere alle economie domestiche di vivere in modo più dignitoso, poi ci sono ragioni più complesse legate alla politica di immigrazione con lavoratori sottopagati», conclude.

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