laRegione
27.09.22 - 17:14
Aggiornamento: 28.09.22 - 11:48

La Scassa-pensioni

di Tommaso Soldini
la-scassa-pensioni

Lavorare per lo Stato sta diventando, ormai, un ripiego. È triste pensarlo, ancora di più scriverlo, insopportabile pubblicarlo sapendo che non susciterà la benché minima reazione da parte né del Governo né del Parlamento cantonale.

Già sono pronto a gettare nella carta straccia le mille pubblicità elettorali, gli inviti agli aperitivi informali, i proclami che sempre di più, nel mio immaginario, hanno il suono di un muro vuoto. Già ho deciso di evitare ogni attività culturale, nei mesi di campagna elettorale, perché il rischio di essere costretto a stringere le mani di chi vuole sedere in parlamento o assumere la carica di consigliere di Stato mi spaventa. La delusione in questi giorni è alta. Monta mentre provo a scrivere quello che penso, frenando la rabbia e il senso di sfiducia, una sfiducia che si espande fino a invadere, forse ingiustamente, anche quei pochi politici che cercano di opporsi alla dilagante cecità e alla miseria intellettuale di chi prende decisioni che sono ormai condivise e quasi trasversali.

Provo a calmarmi, a ricordarmi che sono cittadino di un Paese ricco e privilegiato, capace di avere e sviluppare una politica solidale nei confronti degli Stati davvero poveri. Provo a dirmi, per l’ennesima volta, che il doppio declassamento, i contributi di solidarietà, il blocco degli scatti, il passaggio dalla logica delle prestazioni a quella dei contributi, la ridefinizione degli stipendi, e ora l’ulteriore taglio alle pensioni che colpirà gli impiegati dello Stato è solo una normale misura di adeguamento alla crisi economica che sta attanagliando tutto e tutti. Ma non è così. Perché non rilevo nella classe dirigente del Canton Ticino una lettura consapevole e lungimirante del nostro ruolo sullo scacchiere locale e nazionale, non rilevo una politica di sacrificio puntuale per l’edificazione di una società più giusta e solidale. Quello che vedo è l’umiliante decisione di far pagare a chi lavora e fa i conti con l’aumento del costo della vita il prezzo degli errori di chi oggi si illude di appartenere a quella parte di società che viaggia veloce, leggera, senza pensiero per sé.

Mi sono sempre sentito orgoglioso di lavorare per lo Stato, alle dipendenze di un’idea e di un ideale, non di una persona che ha il profitto come logico e inevitabile obiettivo. Mi sono sentito parte del sogno di ridurre le disparità sociali nelle nuove generazioni, il sogno di contribuire alla formazione dei nuovi adulti, che ergendosi sulle nostre spalle potranno guardare più lontano, magari aiutandoci a ovviare a quelle ingiustizie che loro vedono meglio di noi. È una spinta individuale, certo, ma che può essere o non essere supportata dalle decisioni strutturali della classe dirigente, che decide di rendere le condizioni di lavoro più agevoli o più onerose, che decide di valorizzare o di ostacolare chi allo Stato vorrebbe dedicare la sua esistenza professionale.

Invece la retorica che Giuliano Bignasca adottò per fomentare l’astio nei confronti degli impiegati dello Stato e guadagnare fette di potere e che Marina Masoni iniziò a tradurre in politica immiserente oggi sembra quasi essere il pensiero unico di larga parte dei politici ticinesi. Perché ridurre di un ulteriore 20 per cento le pensioni degli impiegati dello Stato a pochissimi anni da un taglio della medesima entità è umiliante e indegno. È umiliante perché chi lo ha promosso e fatto votare si sente nel giusto, nonostante sappia che la condizione della Cassa pensioni dello Stato non è problematica a causa di chi ci lavora, ma è in gran parte ascrivibile alle politiche finanziarie di quelle stesse persone che hanno sapientemente lavorato per costruire una società a due velocità, ben certi di avere la patente di privilegiato già assicurata. È indegno perché non si chiede quale sia la conseguenza più pericolosa dell’indebolimento di chi lavora tutti i giorni nei settori sensibili della società, opera per il benessere collettivo, che sia con uno straccio e un aspirapolvere, a uno sportello, con i giovani sempre più ansiosi, nella scuola.

Indebolire il salario e la pensione di queste categorie implica un logico aumento della demotivazione, che solo alcuni sapranno sapientemente combattere perché l’infragilimento collettivo tocca le corde dell’umanità e chiede di essere ascoltato. Ma la voglia di dire non ne vale più la pena è tanta.

Stando così le cose, si inducono i giovani diplomati – intenzionati a entrare nel mondo del lavoro in una condizione dignitosa e appagante – a diffidare del settore pubblico, se tratta in questo modo i suoi salariati, e a preferire il mondo del privato. Purtroppo l’effetto che si produce è deleterio: lavorare per lo Stato sta diventando un ripiego, una buona soluzione per chi vuole avere le stesse vacanze dei propri figli, o per chi non ha trovato di meglio.

Viviamo in un cantone a trazione liberale, eppure il semplice assioma che suggerisce di trattare bene coloro che hanno per mestiere a cuore le esistenze dei nostri cari e dei nostri figli non sembra più essere valido. Definitivamente soppiantato dalla logica del tagliare i presunti privilegi, limare il grasso. Fino a quando, come già sta capitando, non si troverà più nessuno disposto a sobbarcarsi gli oneri senza gli onori.

Potrebbe interessarti anche
ULTIME NOTIZIE I dibattiti
© Regiopress, All rights reserved