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20.05.22 - 08:33
di Arnaldo Alberti

Hiroshima mon amour

Con la presidenza di Ignazio Cassis il Consiglio federale ha accolto decine di migliaia di profughi, in maggioranza donne ucraine, a detta di molti "finalmente decenti" se confrontate con le nere, trasandate e stipate nei gommoni che attraversano il Mediterraneo. Le ucraine sono madri che accompagnano bambini "veri". Generalmente si tratta di signore bianche. Molte di loro sanno vestirsi, pitturarsi le labbra, rifarsi le unghie e mettersi il mascara sulle ciglia. Ospitiamo bambini reali, ho sentito dire, persino adeguati anche per correggere il deficit di natalità del nostro Paese.

A prescindere dal cinico proposito d’usare le sciagure altrui per colmare deficit di nuovi nati da noi, in troppi ancora pensano che occuparsi dei migranti africani sia affare dei preti, come don Feliciani, o di Lisa Bosia Mirra, che, a dire dei benpensanti, è stata scriteriata nel farlo ed ha arrischiato persino la galera. Sappiamo che i neri o i siriani si possono alloggiare sottoterra, nei bunker dismessi dall’esercito. Alle ucraine invece è stato concesso immediatamente lo "stato di protezione S", quello che prescrive un soccorso rapido, senza burocrazia. Sia chiaro: non si vuole che le rifugiate ucraine siano ridotte nella condizione disumana degli immigrati africani e siriani ma che a tutti, soprattutto a quelli che vengono qui per fame, sia riconosciuta uguale dignità. Per ritrovare un poco di serenità e lenire gli effetti sconcertanti dell’atteggiamento discriminante e razzista verso esseri umani nostri ospiti, nella Locarno del Cinema dove abito, mi è tornato alla mente un film del 1959 diretto da Alain Resnais. Il soggetto e la sceneggiatura sono della scrittrice Marguerite Duras. L’epoca era quella della preminenza della cultura francese, fedele ai principi e all’etica dei lumi irrimediabilmente cancellati dalla "civiltà" imperiale americana alla quale, volontariamente, ci siamo assoggettati. Il centro dell’arte e della cultura è stato trasferito, con l’aiuto addirittura della Cia, da Parigi a New York, in una repubblica federale dove, non per grazia di dio ma per il potere del dollaro, si presume di sapere cosa è il male e cosa è il bene e quali sono gli Stati canaglia da annientare.

Cosa c’è in "Hiroshima mon amour" che oggi può coinvolgerci? Il regista nella pellicola ci mostra il dolore dei vinti, la violenza delle vendette dei vincitori e ciò che lascia in noi il dopoguerra. Per i giapponesi è stato il dolore collettivo, dignitoso e commovente, delle città che hanno sofferto il bombardamento atomico. La conseguente elaborazione del lutto della protagonista francese della pellicola citata fa scaturire in lei il desiderio di vivere a Hiroshima, dove spera di poter attenuare le sue pene condividendo il suo di dolore con il dolore collettivo della città e del popolo nipponico intero. Ma presto si accorge che il suo stato d’animo è una triste finzione. Scoprirà che il vero dolore ha origine dalla consapevolezza che presto s’inizia a dimenticare. Il film, pacifista, non basta per salvare la protagonista dalla coscienza dell’orrore. Oggi, nel momento in cui una parte in conflitto annuncia di prevedere, nel caso estremo, l’uso dell’arma nucleare letale per l’intero pianeta, ci si dovrebbe chiedere che cognizione noi abbiamo degli effetti concreti di un bombardamento atomico? Sappiamo che in Italia, in Germania e in Olanda, Paesi che hanno rinunciato a una parte importante della loro sovranità accettando l’occupazione e l’uso militare del loro territorio da parte degli americani, vi sono stipate centinaia di testate nucleari. Postazioni che saranno, non solo probabilmente, l’obiettivo dei missili della potenza russa, poi, eventualmente di quella cinese. Entrambe hanno i mezzi per distruggere le basi e i depositi americani. Non riesco a comprendere come l’Europa abbia ipotecato il suo futuro in modo tanto drammatico e decisivo per avere, come nel secolo passato, guerre di distruzione di massa sempre e solo sul suo territorio. Stiamo forse pagando il debito contratto dall’eurocentrismo, durato secoli, spesso sanguinario e colonialista, del nostro continente?

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