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Giuseppe Sergi (Ti-Press)
01.04.22 - 08:37
di Giuseppe Sergi, coordinatore Mps

Salari: sempre peggio

Il Ticino si conferma ancora una volta terra di dumping salariale e basse retribuzioni. Che fare?

Il Ticino si conferma ancora una volta terra di dumping salariale e basse retribuzioni. E la situazione, invece di migliorare, peggiora: nel settore privato il salario mediano nel 2020 risulta addirittura inferiore di 60 franchi rispetto al 2016, mentre i prezzi e i costi fissi continuano a salire. Il divario salariale con il resto della Svizzera si è ampliato anno dopo anno e raggiunge ormai i 1’158 franchi, soldi che farebbero molto comodo a chi fa fatica, e sono sempre di più, ad arrivare a fine mese.

A dispetto dei tanti bei discorsi sull’innovazione, la responsabilità sociale delle imprese e i settori di punta, la realtà è che i salari in Ticino risultano sempre meno in linea con il resto del paese. Le scelte politiche degli ultimi anni per quanto riguarda lo sviluppo economico si sono rivelate deleterie e hanno ulteriormente peggiorato la situazione. A furia di attirare imprese con sgravi fiscali senza mai imporre criteri qualitativi, ci ritroviamo con un’economia sempre più dipendente dalla manodopera a basso costo e basata sullo sfruttamento sempre più intensivo del lavoro.

Eppure, diranno le autorità, nessun Cantone come il Ticino ha messo in atto tante misure per combattere il dumping. Si ricorderanno i circa 20 contratti normali di lavoro (un unicum in Svizzera) che fissano salari minimi obbligatori nei settori nei quali la commissione tripartita ha constatato fenomeni di dumping salariale. Aggiungeranno, queste stesse autorità, che anche per il controllo del mercato del lavoro sono state prese alcune misure, in particolare adottando, nel 2016, il controprogetto all’iniziativa Basta dumping dell’Mps. E allora come mai, in questi ultimi anni, le rilevazioni statistiche biennali ci confermano sistematicamente che nel nostro Cantone i salari non solo non crescono, ma in alcuni settori tendono a scendere?

Questi nuovi dati hanno, ancora una volta, confermato qualcosa che andiamo dicendo da tempo: fissare salari minimi legali troppo bassi non solo non combatte il dumping salariale, ma, in realtà, lo favorisce, poiché questi salari a lungo andare attirano verso il basso tutto il sistema delle retribuzioni.

È quanto è successo con l’adozione dei contratti normali di lavoro ai quali abbiamo accennato qui sopra. Si è trattato quasi sempre di salari che si discostavano di poco dalla barra dei 3’000/3’100 franchi mensili; e che sono poi serviti, di fatto, quale riferimento per fissare quel misero salario minimo legale previsto nella nuova legge in vigore dallo scorso primo dicembre.

Fissare salari minimi legali troppo bassi, troppo lontani dal salario mediano mette in moto una dinamica salariale verso il basso. I dati del 2020 appena pubblicati ci dicono che il salario mediano (quel salario che divide in due i salariati: metà percepiscono salari più bassi della mediana, l’altra metà salari più alti) nel nostro Cantone, per il settore privato, è di 5’203 franchi; il salario minimo legale (di 3’200/3’300 franchi a seconda dei settori) è quindi inferiore di oltre il 35%. Normale che eserciti un forte potere di attrazione verso il basso.

Sappiamo che simili considerazioni vengono fatte anche dai rappresentanti padronali. Esse servono a giustificare l’opposizione a fissare legalmente qualsiasi tipo di salario minimo, con la scusa che aumentando i salari più bassi, non resterebbe spazio per adeguare quelli più alti. È una scusa inaccettabile che serve solo a nascondere la loro volontà di rimanere i "padroni assoluti" della questione salariale. Noi pensiamo invece che un salario minimo legale possa avere un senso; ma, per non far danni, esso non deve discostarsi troppo dal salario mediano (eventualmente anche scorporato per settore); se non si procede in questo modo si corre il rischio di diventare apprendisti stregoni: quanto sta succedendo in Ticino dimostra che, anche se animati dalle migliori intenzioni, le dinamiche di alcune proposte possono portare a esiti esattamente opposti a quelli sperati.

Di fronte a questo nuovo declino salariale, ci paiono urgenti due tipi di intervento.

Il primo, spingere il Parlamento cantonale ad accelerare la discussione sulla nuova iniziativa popolare, depositata dall’Mps più di due anni fa, denominata "Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!" (che riprende in parte i contenuti di quella del 2016) affinché la stessa venga sottoposta quanto prima a votazione popolare. Senza una serie di strumenti conoscitivi e di controllo del mercato del lavoro, come quelli proposti dall’iniziativa, qualsiasi affermazione di voler lottare contro il dumping salariale (e i dati pubblicati ce ne confermano l’urgenza e la necessità) si rivelerà essere solo un insieme di vuote parole. In particolare, questa nuova iniziativa propone nuovi strumenti di azione e controllo contro le disparità salariali (e non solo) di genere, purtroppo sempre di grande attualità.

La seconda, fondamentale, una ripresa dell’azione sindacale a difesa del potere d’acquisto e contro il dumping salariale. Senza una mobilitazione dei salariati sui luoghi di lavoro difficilmente questa situazione potrà essere modificata in modo significativo e il declino salariale si confermerà anno dopo anno.

Le organizzazioni sindacali stanno assistendo impotenti a questo declino: per scelte politiche sbagliate (a cominciare dal loro sostegno agli accordi bilaterali in cambio di "misure di accompagnamento" che si sono rivelate inefficaci nella lotta al dumping); per una concezione del sindacalismo ormai ridotta – salvo qualche rara e lodevole eccezione – a intervento istituzionale; per la loro diserzione dei luoghi di lavoro (fulcro di qualsiasi azione sindacale degna di questo nome).

Riusciranno, riusciremo visto che è un compito prioritario e urgente per tutti noi, a riprendere l’iniziativa e a modificare questo stato di cose? L’impresa è difficile, ma non impossibile.

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