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(Keystone)
LA TRAVE NELL'OCCHIO
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29.03.22 - 05:30
di Andrea Ghiringhelli, storico

Il neneismo e il diritto di resistenza

A chi auspica la resa perché la guerra è brutta, ricordo che senza l’esercizio del diritto di resistenza non ci sarebbe la democrazia

Vi ricordate il Machiavelli, quello delle interminabili discussioni sul rapporto fra politica e morale? Fu lui a dire che nelle azioni dei governanti si guarda al fine; e fu sempre lui a dire che chi governa, quando fosse necessario per garantire ordine e stabilità, può ricorrere a mezzi violenti. Aggiungeva però che un’azione infame è doppiamente infame quando non strettamente necessaria. Attorno alla violenza indiscriminata e al brutale cinismo di Putin, il fiorentino – ne sono convinto – avrebbe parecchio da ridire.

In medio stat vilitas

Rifiuto i ragionamenti giustificatori di certi intellettuali che invitano ad andar cauti con la condanna di Putin perché "il problema è complesso". A tale proposito il semiologo Roland Barthes coniò il termine di "neneismo" per definire il comportamento di quelli che rifiutano di schierarsi in nome della complessità (né di qua né di là, né dentro né fuori, né a destra né a sinistra, né Putin né Zelensky): la storia è complicata – dicono i neneisti – e bisogna guardare indietro alle cause recondite dell’agire putiniano per individuare torti e ragioni. I più spregiudicati fra i neneisti ammettono che Putin un po’ fa schifo ma pure noi occidentali facciamo schifo (e giù l’elenco delle colpe delle democrazie liberali, marce e corrose). La complessità insomma è la parola magica dei neneisti. Non ho particolare stima per la categoria: di fronte alle atrocità in atto non si può sospendere il giudizio ed evitare di pronunciarsi; è eticamente indecente. C’è un aggressore e un aggredito, ci sono donne, bambini, vecchi, e sulle loro case cadono bombe che non sono fatte per scansare gli effetti secondari ma sono concepite per uccidere e terrorizzare.

Una scelta eticamente doverosa

Questa è la guerra di Putin: non una guerra fra eserciti ma una guerra di un esercito contro tutti e tutte, e pure i bambini sono nemici. Di fronte a simili orrori dovremmo astenerci dal giudicare in nome della complessità? E tacere sulle deportazioni forzate di donne e bambini verso i territori russi? E quella di Mariupol, rasa al suolo e i morti sulle strade e schiacciati dalle macerie, non è la rappresentazione dell’abiezione umana? Di fronte a questo inferno la semplificazione binaria, che distingue fra chi aggredisce e chi è aggredito, è eticamente doverosa e necessaria. Putin è un criminale di guerra e come tale deve essere trattato e qualsiasi giustificazione che si possa invocare a priori è una sfregio ulteriore alle vittime di questa tragedia. Lo scempio in corso non ammette vie di mezzo o sospensioni del giudizio: o bianco o nero, e anche il papa ha condannato l’aggressione ripugnante.

Certo, dopo (?), dovremo fare i conti con gli errori nostri e degli altri: dai rapporti fra i poteri degli Stati alla rete delle strutture sovrastatali, dagli equilibri strategici alle forme delle alleanze, dalle dipendenze economiche alle scellerate decisioni che stanno distruggendo il pianeta, dagli effetti perversi della globalizzazione a tanto altro ancora. Dovremo riflettere e ripensare molte cose. Ma ora è il momento della scelta di campo. Ora c’è una guerra, ci sono dei violentatori e dei violentati ed è a questo che dobbiamo pensare: dobbiamo concedere alle vittime il diritto di resistere alla violenza, di difendere la loro dignità di persone anche con le armi quando occorre; e per favore basta con le masturbazioni cerebrali e le dotte disquisizioni sulle guerre giuste e ingiuste. Oggi c’è un popolo che tenta di opporsi alla sopraffazione: è lecito farlo e noi abbiamo il dovere di aiutarlo.

A morte lo stato liberaldemocratico

Certo il compito è arduo perché di fronte c’è un dittatore sordo all’umanità e le regole le fa lui. E c’è un angolo morto, insondabile, che ci impedisce di capirne fino in fondo le ossessioni e i disegni occulti.

Madeleine Albright (colta segretaria di Stato americana appena scomparsa, che tanto ha fatto per umanizzare la politica) in un suo libro del 2018 (Fascism: A Warning) ci dà un ritratto del personaggio: "Putin è piccolo e pallido, e così freddo da sembrare quasi un rettile… racconta bugie spudorate con una faccia imperturbabile e se viene accusato di soprusi dà la colpa alle vittime". È proprio quello che sta facendo: il genocidio è in atto, i crimini si cumulano, ma per Putin la colpa è degli altri e l’aggressore diventa l’aggredito. Ancora l’Albright (parla del fascista tipo ma con Putin siamo lì): "… è qualcuno che pretende di parlare per un’intera nazione o un intero gruppo, si disinteressa dei diritti altrui e usa la violenza o qualsiasi altro mezzo per raggiungere i propri scopi".

Una cosa la sappiamo. Nel 2019 Putin dichiarò al Financial Times che le democrazie liberali sono obsolete e bisogna farla finita. E’ il suo scopo. Non è la Nato ad angustiarlo. A inquietarlo sono i valori della democrazia liberale e della società aperta: un pericolo mortale per la sua visione autocratica e le sue mire imperiali.

Il diritto di resistenza a fondamento della liberaldemocrazia

E allora come si difende la liberaldemocrazia? Riconoscendo il diritto di resistenza all’oppressione, da qualsiasi parte venga. A chi non la pensa così, a chi auspica la resa perché la guerra è brutta, ricordo che senza l’esercizio del diritto di resistenza non ci sarebbe la democrazia, e ribadisco che il diritto di resistenza attiva e di ribellione ha un legame indissolubile con la salvaguardia dei principi democratici. E infatti è implicitamente riconosciuto in tutte le costituzioni liberali: il diritto di resistenza "vive nei congegni istituzionali" (così un illustre costituzionalista).

La democrazia liberale, con i suoi valori fondanti, discende quindi dal diritto di resistenza: negarlo significa mettere in discussione il nostro ordinamento.

E chi rifiuta la resistenza armata perché pacifista fino in fondo? Massimo rispetto, ma non condivido l’ideologia che punta tutto sulla buona volontà e sulla razionalità del genere umano e sul rifiuto a priori di qualsiasi opportunità di guerra difensiva. I pacifisti fondamentalisti si rifanno a Gandhi, ma dimenticano un particolare: perfino Gandhi ammise che sconfiggere Hitler con l’arma del pacifismo a oltranza era operazione impossibile. L’Inghilterra aveva un politica colonialista ma era pur sempre fedele ad alcuni precetti di democrazia, Hitler no. Fra il 1939 e il 1940 Gandhi scrisse due lettere a Hitler invitandolo a cessare la mostruosità degli eccidi, a rinunciare all’invasione della Polonia: non ricevette mai risposta. Andrebbe meglio con il satrapo di Mosca?

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